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Calasetta. Aina, strumento di crescita e creazione di valore

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Nel panorama delle Associazioni Culturali, si è distinta nell’ultimo periodo “Aina”. Sodalizio nato a Calasetta e che nell’ultima iniziativa “Sulla Famiglia”, ha offerto l’opportunità a genitori, educatori, insegnanti di usufruire attraverso i seminari proposti, di strumenti educativi e di maggior consapevolezza rispetto al compito non facile di creare relazioni adeguate con tutti gli Attori coinvolti nella formazione dell’individuo. Tentazioni della Penna ha incontrato il Presidente di Aina, dottor Giancarlo Labate per meglio comprendere cosa muova l’opera del gruppo e come si colloca il ciclo “Sulla Famiglia” relativamente alle iniziative realizzate finora dalla stessa associazione.

Dottor Labate da quanti anni opera l’associazione Aina?
L’associazione Aina è stata fondata nell’agosto del 2013 a ridosso del primo progetto realizzato intitolato “Agiuru torrau”. Da allora abbiamo cercato di portare avanti i nostri obiettivi sociali ogni anno con un’attività differente. Nel 2013 abbiamo organizzato il primo giro della Sardegna in pattini. Nel 2014 il concorso espressivo nelle scuole medie e superiori dal titolo “agiuru torrau”. Nel 2015 la staffetta da Santa Teresa Gallura a Calasetta con il progetto “Parole in movimento”, quest’anno il ciclo di seminari “Sulla Famiglia” (ampiamente documentato da “Tentazioni della Penna” ndr). Nonostante questi progetti possano sembrare distanti uno dall’altro sono uniti da un filo rosso; la reciprocità.

Chi sono i componenti? Quali i ruoli?
I componenti dell’associazione Aina sono 5. Giancarlo Labate, psicologo; Alessandra Carboni, pedagogista; Claudia Mura, avvocato; Laura Farris, psicologa; Tiziana Schiaffino, esperta di marketing. Per quanto riguarda i ruoli, richiesti per legge, questi all’interno dell’associazione non hanno molta importanza. Ciò che importa sono le risorse che ognuno di noi, in base alle proprie competenze, è in grado di mettere in campo per creare qualcosa per noi stessi e per gli altri.

Di cosa si occupa principalmente l’associazione?
Aina ha come fine ultimo quello di stimolare alla reciprocità, alla collaborazione in tutte le sue forme. Cerca di perseguire questo obiettivo attraverso momenti teorici dedicati, attraverso momenti pratici, e infine utilizzando attività apparentemente sportive che però hanno una forte valenza didascalica.


In che modo ritiene utile la “Reciprocità” nella società attuale?
Noi definiamo la reciprocità come un atto di egoismo sano. Non siamo abituati a cogliere questo aspetto delle relazioni umane con questa valenza, ma siamo immersi in un contesto prettamente individualista e competitivo, perciò parlare di aiuto reciproco sembra per lo meno dubbio.
L’idea di fondo, che non abbiamo inventato noi ma che abbiamo preso sia dalla cultura sarda sia dalle nuove teorie economiche e psicologiche, è che la reciprocità conviene all’individuo. Senza entrare troppo nello specifico e per poter verificare quello che diciamo basta vedere dove ci ha portato la cultura ufficiale contemporanea. Non solo l’isolamento e l’estrema competitività hanno impoverito le relazioni ma hanno anche creato un disequilibrio forte tra chi gestisce i beni e chi è gestito dai beni creando un rapporto di dipendenza “patologico” che non porta a sviluppo.

In quale modo si può “trasmettere” la reciprocità?
Trasmettere la reciprocità è semplice e allo stesso tempo difficile. Concettualmente basta mettersi nella condizione di aiutare l’altro e questo apparentemente è semplice. Nella pratica è molto complicato poiché per poterlo fare dovremmo ridefinire il concetto di tempo, di spazio, di benessere, di fiducia, insomma dovremmo fare un grosso sforzo tutti insieme di cambiamento culturale. Ma si può e si deve partire dalle piccole cose. Per esempio quando si incontra qualcuno in difficoltà non solo è possibile aiutarlo ma gli si può chiedere che per restituirci il favore, faccia lo stesso con qualcun’altro in difficolta. Creando una catena.

Da cosa nasce il ciclo di seminari “Sulla Famiglia”?
Il ciclo di seminari sulla famiglia nasce appunto da alcuni dei predicati da noi messi a punto a proposito della reciprocità. La conoscenza e la condivisione delle conoscenze è un elemento fondamentale per poter costruire un modello di relazioni basate sulla reciprocità. Questo perché tutto ciò che è sconosciuto ci rende diffidenti quindi per la legge degli opposti, ci fidiamo delle cose che conosciamo. E la fiducia è alla base di una relazione di aiuto reciproco.

Il ciclo di seminari tenutosi a Calasetta è un modello esportabile?
Il nostro auspicio è quello di riuscire a portare questo modello ovunque ci invitino. Poiché crediamo fortemente in questo modello a maggior ragione crediamo che solamente attraverso la condivisione della cultura sia possibile creare un modello di sviluppo sostenibile basato su relazioni sostenibili.

Chi è Giancarlo Labate?
Sono uno psicologo, specializzato in gruppo analisi alla scuola di Gianni Montesarchio. Ho imparato tanto in questi anni a proposito della forza del gruppo, prima lo leggevo nei libri poi l’ho sperimentato di persona sia nella pratica professionale sia nella vita privata. Io credo nelle relazioni e nel potere trasformativo delle relazioni. Sono sposato, ho due figli e vivo a Calasetta. Penso ai miei figli e come tutti credo che sia compito mio fare qualcosa. Il problema arriva quando ci dobbiamo chiedere “cosa posso fare”. Io so fare questo e quindi mi dedico a quello che so fare.
Quanto crede in S’Agiudu Torrau?
Io ci credo tanto, credo che siamo portati ad essere collaborativi e solamente il contesto in cui viviamo ci porta ad essere competitivi. Ho vissuto in prima persona la forza della collaborazione e ne ho avuto dei vantaggi da parte delle persone più inaspettate. Credo molto nell’uomo e nelle sue risorse quindi ci metto tutto me stesso poiché non è un approccio teorico per me, io lo vedo come un modo per tirare fuori la vera natura dell’uomo.

Lo mette in pratica? In che modo?
Io lo metto in pratica come posso, mi rendo disponibile per le persone che mi stanno intorno ogni qualvolta condividiamo i progetti di sviluppo che ognuno vuole mettere in campo. Ma anche nelle cose quotidiane. Giorni fa ho aiutato una persona a far ripartire la macchina e quando voleva sdebitarsi gli ho detto di comportarsi con qualcun altro come io mi sono comportato con lui. Ecco, bisogna partire dalle cose quotidiane ma bisogna avere presente cosa vuol dire aiutare un’altra persona non in senso sostitutivo ma in senso supportivo. Se mi sostituisco a qualcuno non lo sto aiutando a svilupparsi ma lo renderò sempre dipendente da chi è in grado di aiutarlo. Questo modo di costruire reciprocità lo reputo negativo nel senso che non porta a nessuno sviluppo ma a uno sbilanciamento.
L’“egoismo sano”, la reciprocità riportano al concetto di “altruismo” espresso in “Psicologia dell’inerzia e della solidarietà” di Adriano Zamperini. Le persone, a seguito di un atto d’aiuto elargito o ricevuto, sono costrette a modulare diversamente le proprie azioni, la propria identità, spesso entrando in conflitto con le proprie convinzioni. È verosimile la difficoltà di cambiare il nostro individualismo, la competitività perché profondamente radicati, ma non è impossibile. Il Do ut des, s’agiudu torrau, la reciprocità, potrebbero essere un buon punto di partenza. In conclusione, perché non provare?

C. Serra

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