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Incubo di un pomeriggio di mezza estate

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Salgo in macchina. Mi accoglie il sedile. E’ caldo. Fa caldo. Mi avvolge e sento disagio. Pomeriggio al parco, non un filo di vento e le parole della persona che sta con me, mi arrivano all’orecchio, lo feriscono, nuocciono. Il malessere cresce. Intorno i colori sono vivaci. Il verde invade i miei occhi e tuttavia non mi dà la sensazione di frescura e piacere che solitamente mi infonde. Racconta di se e io divago. Non sono presente. Mi sento come immersa, i rumori attutiti e lontani. Riemergo, saluto e…salgo in macchina. Il malessere cresce. Mi dico che è l’umidità, l’allergia, gli accadimenti di quest’ultimo periodo. Sono vuota. Reagisco e riprendo la via. Ho ancora da fare e le energie non bastano neppure per cambiare paese. Riunione intavolata su due piedi. Il locale è solitamente accogliente, ma oggi l’aria condizionata è assurdamente gelida. Ho freddo e comincia a gocciolarmi il naso e mi innervosisco. La mente è sempre più svagata, continuo a faticare per mantenere un minimo di attenzione. Lo devo alle persone che stanno con me. Lo devo a me. Sono divisa. Una parte di me, lavora. Una parte di me, cede. Ricordo di aver mangiato qualcosa alle undici e ora sono le sei e trenta. E’ la fame, è senz’altro la fame. Mangiucchio un tramezzino e penso che non è una buona idea, la mia “pancia” non ne ha bisogno è già abbastanza prominente. Ho cinquant’anni, che pretendo? Anche la “pancia” è segno del tempo. E’ tempo di mettermi via. Continuo a pensare e, io devo essere nel sulcis, abbiamo una mostra da allestire. Sento il sangue “friggermi” nelle vene. Lo sento vibrare e sento il mio corpo pesante e stanco. Devo salire in macchina. Devo andare. Voglio andare. Ne ho bisogno.
Mi avvio e la prospettiva stradale a imbuto mi inghiotte. I pensieri, interrotti e arginati finora, fluiscono e mi sommergono. Non voglio, ma lascio che mi tirino giù. Guido distratta. Ho sonno e il ricordo dell’incidente, acuisce l’attenzione. Apro i finestrini. La musica è altissima e rumori esterni e caos interno si mescolano cacofonicamente. Voglio arrivare a casa. Ho sonno. Ho bisogno di dormire. Ho bisogno di sparire. Non ho energie e sento che sto perdendo il controllo di me della macchina della giornata. La mia struttura perfettamente costruita sta sgretolandosi e non so come abbracciare le mie emozioni. Non voglio abbracciare le mie emozioni. NON SO ABBRACCIARE LE MIE EMOZIONI. Intorno a me la vegetazione, davanti a me, la strada. Sono vicina al mio mondo. Sto arrivando a casa. Imbocco il vialetto. Penso che è necessario innaffiare, è tutto secco. Ho bisogno di acqua, sono secca, ma soprattutto voglio dormire. Devo dormire. Voglio sparire.

C.S.

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