Oggi a Gerusalemme piove, una pioggia sottile, fitta, generosa e attesa in questa terra riarsa. La Città Vecchia dista dal mio albergo poco più di dieci minuti a piedi, ma è più prudente prendere il tram. Dopo due fermate arrivo alla Porta dei Leoni e mi inoltro nel labirinto di vicoli stretti, scale e passaggi coperti. All’interno della Old City ci sono quattro quartieri: Ebraico, Armeno, Cristiano e Musulmano. A est il quartiere ebraico si affaccia al Muro del Pianto, il luogo più sacro per gli ebrei. Lo scenario è completamente differente da quello del suq arabo. Le vie sono più ordinate, la pietra degli edifici è chiara e non ci sono le botteghe traboccanti di oggetti. Comincio a rendermi conto che le diversità che compongono questa città unica al mondo non sono solo culturali e religiose ma riguardano anche il modo di abitare e vivere gli spazi. Comincio anche ad abituarmi ai posti di guardia e ai ragazzi e ragazze armate con i mitra che girano per le strade. Mi sono anche abituato, benvolentieri, a non pagare alcun ingresso, dato che qui tutto, dai luoghi sacri ai bagni pubblici, è totalmente gratis. Il muro è accessibile da tre varchi controllati da soldati e metal detector. Un giovanissimo militare apre il mio zainetto e controlla minuziosamente il contenuto.
Per avvicinarsi al HaKotel Ma’aravih i visitatori devono indossare la kippah, la papalina, oppure un cappello, come segno di rispetto per la sacralità del luogo. Il Muro del pianto è il luogo più sacro all’Ebraismo. Si tratta del muro occidentale che circondava la parte esterna della spianata del Monte Moriah, dove sorgeva il Secondo Tempio costruito nel 515 a.C. alla fine dell’esilio babilonese. Quando i Romani conquistarono Gerusalemme nel 70 d.C., dando origine alla diaspora ebraica, il tempio venne nuovamente distrutto e tutto ciò che rimase in piedi fu il muro occidentale di contenimento. Ogni anno davanti al Muro si raccolgono milioni di persone da tutto il mondo. Alcuni vengono a pregare, altri rimangono in silenzio affascinati dalla sacralità del luogo, altri ancora appoggiano la fronte pensierosa sulle pietre logorate dal tempo. Ci sono quelli che scrivono i loro pensieri più profondi su pezzettini di carta contenenti i loro desideri nella speranza che vengano avverati e li infilano tra una lastra di pietra e l’altra. Lo fece anche il papa Giovanni Paolo II. Dalla piazza del Muro del Pianto dove si riuniscono fedeli e turisti, si vede solo una parte del Muro. Il resto, infatti, si estende sottoterra, nascosto dalle case della Città Vecchia e raggiungibile solo attraverso una serie di tunnel sotterranei. Attraverso queste è possibile avvicinarsi alla parte del Muro più vicina al Sancta Sanctorum, il luogo dell’antico tempio dove era conservata l’Arca dell’Alleanza. Gli ebrei pregano davanti al muro da duemila anni, ritenendo che quel punto sia il più sacro disponibile sulla Terra e che Dio sia lì vicino a sentire le loro preghiere. E’ chiamato muro del pianto perché quando il popolo ebraico fece ritorno a Gerusalemme pianse per la distruzione del Tempio di re Salomone e da quel giorno gli ebrei si radunano e piangono, poggiandosi al muro e piegando ripetutamente in avanti la testa. Il muro è diviso tra una parte per gli uomini e uno per le donne. Il lato maschile è più ’coinvolgente’: gli ebrei più ortodossi, quelli vestiti di nero e con i riccioli che scendono lungo le guance, non si limitano, come le donne, alla preghiera silenziosa e individuale, ma recitano preghiere ad alta voce e intonano canti. Mi allontano dal Kotel senza voltarmi perché non si possono dare le spalle al muro e mi inoltro nuovamente nelle stradine strette. In un piccolo ristorantino infilato chissà come in un vicolo stretto il mio sguardo individua subito, oltre il bancone, quello che cercavo: un grande pentolone di ceci fumanti. Accanto un uomo robusto, con un grembiule dal colore indefinito e dal sorriso di uno che ha visto decine di migliaia di turisti, mi allunga una ciotola con una generosa porzione di hummus, una densa crema di ceci, che guarnisce con ceci interi, olio e prezzemolo. Riprende a piovere, mi aggiro senza una meta seguendo le stradine coperte del suk, sbircio nei negozi che vendono statuine, icone e oggetti di ogni tipo che richiamano tutte le religioni radicate a Gerusalemme. E’ ancora presto, ma alle cinque è già buio e per rientrare in albergo prendo il tram. Devo mettere ordine alle mille cose che sto vedendo e alle sensazioni che sto provando. Mi saranno utilissime per il mio nuovo libro.
Angelo Mascia