Ci sono pochi luoghi al mondo come Betlemme. È lì che nasce il re Davide che sconfisse Golia con una fionda e un sasso ed è lì che nacque Gesù. Arrivare da Gerusalemme a Betlemme è semplice, dalla stazione della Porta di Damasco ogni mezzora parte l’autobus 321, costa 7 sheqel, circa due euro. Benchè disti solo 8 km da Gerusalemme, Betlemme si trova in territorio palestinese. Al check point l’autobus non viene fermato dai soldati israeliani. Il palestinese seduto vicino mi spiega che se entro o esco dai Territori non devo mostrare i documenti, tutt’al più mi chiedono da dove vengo e di ritornare presto. Al capolinea si scende. Non che mi aspettassi di trovare le casupole dei pastori e la mangiatoia, ma non c’è nessuna indicazione del percorso per arrivare alla basilica della Natività. Non faccio in tempo a guardarmi intorno che un palestinese smilzo con i baffi si offre di accompagnarmi. Gli chiedo ‘how much money?’’. Sessanta euro per due ore. Ho imparato dal mio primo viaggio in Tunisia, tanti anni fa, che con gli arabi bisogna sempre contrattare, qualunque sia il valore di ciò che vendono. Dicono che si divertano un mondo a vedere vacillare e poi crollare il potenziale acquirente, ma io un osso duro. Gli offro, 80 sheqel, venti euro, e chiudiamo a 40. Il taxi è sgangherato, ma non ho voluto infierite. Con mia grande sorpresa, prima che glielo chiedessi, mi propone di andare a vedere il muro che divide Israele dalla Palestina. Resto sbigottito di fronte a questa barriera di cemento grigio alto otto metri e sormontato da filo spinato. E’ qui che papa Francesco, quattro anni fa, ha sostato in totale silenzio, circondato da un gruppo di giovani palestinesi. Provo un senso di impotenza e mi sento piccolo, non come dimensione, ma come essere umano. Dopo il crollo del muro di Berlino, ne sono stati costruiti altri, e altri se ne stanno costruendo ancora. Non sempre sono muri di cemento, ma spesso sono fatti di odio e di pregiudizi che fanno male più del filo spinato.
Arrivati alla chiesa della Natività, Sayid mi ‘concede’ mezzora per la visita e si dirige verso il vicino minareto da dove il muezzin invita alla preghiera. La basilica è affollata da tantissimi turisti e pellegrini di tutto il mondo. Il momento più significativo è l’ingresso, attraverso quella che è chiamata la porta dell’umiltà. Per entrare nella chiesa infatti bisogna chinarsi sotto un vano molto basso e stretto. Il punto più suggestivo è però la Grotta della Natività. Vi si accede scendendo i gradini di una scala stretta e ripida. Il luogo preciso della nascita di Gesù è indicato dalla presenza di un altare sotto il quale si trova una stella d’argento con l’iscrizione: Hic de Virgine Maria Iesus Christus natus est. La Basilica meriterebbe una visita lunga e attenta, ma il tempo concordato con Sayid è abbondantemente scaduto. Ci dirigiamo al Campo dei Pastori, così chiamato perché è il luogo in cui gli angeli annunciarono ai pastori la nascita di Cristo. Nella stessa strada si trova il santuario francescano della Grotta del Latte. Si racconta che sia il luogo in cui la Sacra Famiglia trovò rifugio durante la Strage degli Innocenti, prima che potesse fuggire in Egitto. Il nome della grotta deriva dalla credenza secondo cui una goccia di latte della Vergine Maria cadde sul pavimento della grotta facendola diventare di colore bianco latte. Le proprietà di questa roccia per i credenti sono di auspicio per chi cerca fertilità e aiuti nell’allattamento. L’attuale cappella fu costruita dai francescani intorno alla grotta nel 1872. Dallo sguardo di Sayid capisco che le due ore sono terminate, prima di rientrare al capolinea dell’autobus gli dico che devo prendere un piccolo ricordo per l’associazione La Rocca di Betlemme che per Natale realizza a Sardara un bellissimo presepe. L’associazione è coordinata da Francesco, pronipote di Fra Lorenzo che per più di 60 anni ha realizzato nel convento di Sant’Ignazio a Cagliari il suo meraviglioso presepe. Sayid mi capisce al volo e mi accompagna in un laboratorio artigianale che realizza presepi e statuine in legno d’ulivo di Betlemme. Salgo sul 321 che mi riporta a Gerusalemme, il check-point stavolta è tutt’altro che veloce. Una parte dei passeggeri scende, un’altra parte resta seduta. Solo dopo capisco che a scendere sono gli israeliani. Io sono seduto al primo posto per fare meglio le riprese e le foto. Non so so se devo scendere, nel dubbio non mi muovo. Due soldati salgono sull’autobus e uno mi chiede i documenti. Gli porgo il passaporto e sento il suo sguardo che mi scruta da capo a piedi. I due soldati controllano i documenti di tutti. In ciò non vedo niente di male perché i controlli servono per garantire la sicurezza, diciamo che non ero abituato a vedermi passare un’arma automatica carica a pochi centimetri dal naso.
Angelo Mascia