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Carbonia. Con «Sorelle Materassi» Palazzeschi a teatro ritrova Boccaccio.

Spettacolo
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Vien da chiedersi che cosa sarebbe stato della lingua e della cultura italiana, se la fortunata congiuntura che ha visto nascere nel volgere di mezzo secolo i primi tre giganti della letteratura italiana a Firenze e dintorni, fosse sbocciata invece altrove – a Bologna, in Sicilia o chissà dove. Tutto, davvero, sarebbe stato diverso: perché se nella Toscana a cavallo fra il XIII e il XIV secolo, e pure più avanti, si pensava in grande, la Toscana era pur sempre un fazzoletto di terra in un Italia popolata di numerosi centri culturali. A conti fatti, comunque, la ventura che lingua e cultura nazionali abbiano visto la luce da quelle parti è stata una fortuna. Perché è stato proprio quel “pensare in grande”, tra confronto con i modelli del passato e vita vissuta nel presente sociale e politico, ha fatto di quelle elaborazioni soggetti universali, capaci di parlare agli uomini di tutto il mondo in tutte le epoche. Fra i tre firmatari di quell’atto fondativo è Boccaccio, con il suo Decameron, forse il più rispondente all’identikit: la sua ancora oggi incredibilmente ed eternamente umana raccolta di novelle non disdegna spesso – non sempre, certamente – il gusto di una “toscanità” sanguigna e vibrante ma anche in questi scorci c’è sempre l’uomo nella sua essenza. Quella di allora, quella di oggi: quella di domani. (Penso da qualche tempo che sarebbe ora di combinare lo studio della Commedia dantesca con quello del Decameron, per gli studenti delle scuole superiori …). Boccaccio, quindi, e Palazzeschi. E “Sorelle Materassi”: romanzo di un autore che pareva uscito definitivamente, con “Stampe dell’800”, dagli sghiribizzi dadaisti – più che futuristi – di poesie e prose del secondo decennio del Novecento e che invece riesce ad imporsi di nuovo con una zampata aspra e cinica che sarà il suo massimo successo. Due sorelle, ricamatrici e confezionatrici di corredi per la ricca borghesia di Firenze, piegate a una vita di soli doveri a causa del padre dedito allo sperpero gaudente, dei cui danni al patrimonio familiare hanno dovuto rimediare rinunciando a tutto. Una sorella che, invece – e si sottolinea: invece – è stata impalmata senza fortuna ed è dovuta tornare al nido a vestire un ruolo pressoché servile; una fantesca dedita ad assecondare, e fin troppo, le «signorine»; un nipote, per così dire, ereditato dalla morte di una quarta sorella vedova passata a miglior vita, di anni quattordici, pronto a rivelare un sangue più che prossimo: identico a quello del nonno dissipatore, con risultati analoghi per le figlie e zie, due delle quali letteralmente infatuate del bel rampollo e pronte a perdonare tutto ma proprio tutto, fino a tornare sulla china della bancarotta. Per una narrazione dal profumo boccaccesco – perfino sensualmente boccaccesco – gli ingredienti, è evidente, ci sono tutti. Palazzeschi sa indirizzarvi il lettore: perché le prime pagine altro non sono che una ripresa del Grande di Certaldo, quanto alla descrizione dell’ambiente collinare extra-fiorentino in cui vive la vicenda delle sorelle del romanzo e non manca chi faccia notare come quelle pagine della Settima Giornata siano governate da Dioneo, personaggio per lo più carnale della schiera di giovani narratori del Decameron. Il “Sorelle Materassi” visto mercoledì a Carbonia sul palcoscenico del Teatro Centrale nell’ambito della rassegna Cedac, ha ampiamente immerso i panni in Arno: Ugo Chiti, uno dei migliori autori di testi teatrali degli ultimi anni, toscano anch’egli, nello scrivere la riduzione a copione del romanzo non ha minimamente rinunciato e, in fondo, sarebbe stato difficile, data l’ambientazione nel borgo di Santa Maria a Coverciano, al “toscaneggiare” perfino in terreno vernacolare ma, soprattutto, ha assecondato il ritorno stilistico ed estetico di questo Palazzeschi nell’abbandonarsi all’osservazione fra il distaccato e il compiaciuto delle imperfezioni umane che caratterizza i versi del primo periodo. La commedia, davvero commedia in tutti i sensi, comincia con un sogno, rappresentato attraverso ombre cinesi, che rievoca una delle giornate di gloria della premiata ditta Materassi, artiste del ricamo: la visita al papa della comunità del paese e il dono al santo padre di una stola lungamente lavorata da Teresa e Caterina. Nel sogno, fatto da Caterina, Teresa, delle due la più arcigna, dopo la consegna del dono, si lascia andare di fronte al pontefice, al racconto della loro vita e dei loro familiari, senza tralasciare particolari scabrosi. Al cadere del velo per le ombre, le due protagoniste sorridono dell’evento onirico e riprendono il solito tran tran di lavoro. Si capisce che la trama è già ben avviata sulla china del disastro: il nipote, Remo, non si presenta a pranzo, come al solito; Caterina e Teresa, come al solito, decretano che si dovrà aspettarlo, benché sia tutto pronto da mettere in tavola; è la terza sorella, Giselda, che contesta il regime familiare, ormai definitivamente consegnato ai capricci dello dissoluto parente, e mette davanti agli occhi delle due sorelle accondiscendenti il baratro verso cui esse avanzano giulive. Nel rapporto fra le tre sorelle si inserisce la serva Niobe, la quale è ancor più accondiscendente nei confronti del mostro che divora le sostanze familiari. Il secondo quadro infatti vede l’arrivo a notte fonda di Remo con una combriccola di giovinastri, tra cui l’amico del cuore, il campagnolo Palle, che pretendono, ottenendolo, di spuntinare con salumi formaggi e una frittata cucinata dall’entusiasta Niobe seduta stante, innaffiando il tutto con fiaschi di vino. Le zie Teresa e Caterina fingono di arrabbiarsi, Griselda invece no e annuncia la disgrazia imminente ma l’ennesima avventura passa, così come lo sconsiderato acquisto dell’automobile: Remo si è fatto prestare i soldi da un’anziana nobile russa, in favore della quale fa la parte del gigolò, con sommo disappunto delle zie. Alla fine, per spezzare l’interessato idillio, le rate dei veicolo le pagheranno loro: è l’ennesimo gradino verso l’abisso, cui si giunge puntualmente nel terzo quadro. Anche nel romanzo, l’episodio è centrale: la vita al di sopra dei mezzi delle Materassi condotta da Remo fa sì che all’uscio della casa il via-vai di creditori diventi insopportabile. La soluzione di Remo è semplice: le zie firmino una unica cambiale che estingua tutti i debiti per crearne uno solo. Il rifiuto di “Zi’ Tè” e “Zì Cà” trasporta il nipote dal finto affetto, con cui fino ad allora ha ottenuto tutto quel che ha voluto, alla bieca violenza del disperato senza via d’uscita: chiude le vecchie in uno sgabuzzino promettendo di liberarle dal sequestro solo se firmeranno il documento. Così sarà e la serata finirà con l’aperitivo alle Cascine, la cena a Fiesole e lo spettacolo di rivista, le due zie agghindate tra il grottesco e ridicolo, incredibilmente dimentiche della brutalità appena subita. Remo, nel frattempo, ha ingravidato la figlia di un ortolano: ma Teresa e Caterina, piuttosto che vedere l’adorato nipote costretto a un matrimonio considerato degradante finiscono le loro finanze per pagare un attempato vedovo che si accolli il “problema”. Il nipote, ad ogni modo, arriva – come potrebbe essere diversamente? – a risolvere i suoi problemi, sposando una ricca americana conosciuta a Venezia. Il matrimonio è da favola: Teresa e Caterina si fanno coinvolgere fin troppo dal clima nuziale e si presentano alla cerimonia ridicolmente vestite di veli bianchi esse stesse, come spose: rivelando la vena erotica del rapporto con Remo, che in realtà vive più o meno sottotraccia in tutta la rappresentazione, e pure nel romanzo. L’addio di Remo che se ne parte a Nuova York è tristissimo, anche perché in veste di chauffeur varcherà l’Atlantico anche Palle, a cui, dopo averlo sempre disprezzato a confronto con l’adoneo nipote, le zie abbandonate si sarebbero volentieri affidate per ricostruire la memoria dei tempi andati. Finisce così: Giselda, stanca di essere vessata in quanto sorella disgraziata, fa le valigie per andare a servizio altrove; Remo sparisce; le sorelle Materassi, ormai costrette a ricamare anche per i buzzurri della campagna per sbarcare il lunario, continuano a crogiuolarsi nelle rimembranze insieme alla Niobe, che ha pur’essa scioperato ogni risparmio per assecondare i vizi di Remo. Finiscono a venerarne le foto in costume semiadamitico, a giustificare la catastrofica sottomissione a tanto Superuomo. Chiti, nel costruire l’architettura della riduzione, ha trovato interpreti definitivi. La Teresa di Lucia Poli è perfetta: domina la scena, muove persone e cose, resiste solo un poco più degli altri al fascino di Remo per abbandonarvisi infine con una superiore voluttà. Milena Vukotic, nel dare corpo e anima a Caterina, veste gesti e parole di una dolcezza prorompente, un affetto fisico che nei confronti del giovane parente si concretizza in abbracci e baci e accenti squillanti. I loro passi a due – irresistibile la lettura della lettera di Remo che, da Venezia, annuncia il matrimonio con l’americana – sono strumenti meccanici di ultima generazione. Bene anche Sandra Garuglieri nella parte della fedele Niobe, colpita e affondata anch’essa dall’irresistibile sciagurato in nome dei diritti di una giovinezza per lei finita troppo presto. Strepitosa la Giselda di Marilù Prati: la sorella inacidita dal naufragio sentimentale si impone sul palcoscenico come una Cassandra beffeggiatrice e sarcastica, per nulla invaghita del nipote e disgustata invece dall’andazzo familiare, nel quale è relegata in posizione appena superiore a quello di Niobe. Gabriele Anagni, nel vestire i panni di Remo, ha assunto le sembianze del giovane Puccini: cappello sulle ventitré, baffetto assassino, modi spicci e svelti nel passare dalle smancerie verso le ave soggiogate al raptus manesco quando indispensabile per ottenere il suo scopo: il permissivismo verso i giovani che si contesta ai genitori contemporanei ha, evidentemente, radici antiche. Hanno fatto bene la loro parte, infine, Luca Mandarini, il sempliciotto Palle, amico di tutte le bisbocce, e Roberta Lucca, svampita e disinvolta moglie americana dall’opima dote. Spettacolo bellissimo, anche per la scena, le luci e i costumi e guidato con mano sapiente da Geppy Gleijeses, che di questa riduzione è stato l’ideatore. Il prossimo appuntamento della rassegna, il 18 marzo, è per gli appassionati della danza: “George Sand, ‘uomo’ e libertà”, produzione dell’Astra Roma Ballet ARB. Su musiche di Chopin, Respighi e Rostropovič e coreografie di Sabrina Massignani, danzeranno Sabrina Brazzo e Andrea Volpintesta.
Giovanni Di Pasquale

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