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Carbonia. Al teatro Centrale il duo Poli-Vukotic porta in scena “Sorelle Materassi”

Spettacolo
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Il Palazzeschi del romanzo “Sorelle Materassi”, la cui riduzione, frutto della sapiente mano di Ugo Chiti, andrà in scena mercoledì 8 marzo al Teatro Centrale, per la rassegna teatrale Cedac, è descritto in tanta storia della letteratura italiana come radicalmente diverso, e minore, dal Palazzeschi dei “giovenil furori”: per quel che è dato conoscere a chi scrive, il solo Angelo Gianni ha accostato il lavoro del 1934 alle opere, soprattutto alle poesie, del secondo decennio del secolo scorso. Forse non a quella prima produzione lirica, insomma, di Aldo Palazzeschi (al secolo Aldo Giurlani: scelse il cognome della nonna materna quando, intrapresa l’attività di attore teatrale sgradita al babbo, dovette celare la propria identità), indirizzata sul versante del simbolismo franco-belga introdotto dentro le mura italiche da D’Annunzio e, per quanto riguarda Palazzeschi, mutuato da Corrado Govoni («O mani pure, mani delle suore/ esperte alle matasse dei rosari,/ mani vecchie mani di rigido fervore/ simili a quelle dentro i reliquari!», “Culto di mani”, vv. 1-4); piuttosto alla seconda fase, quella dei “Poemi” e, ancor più, dell’ “Incendiario”, che è stata avvicinata al futurismo e che, tuttavia, non ne rappresenta l’adesione totale dal punto di vista poetico e politico. Un estetica antiromantica e antiborghese, dissacratrice, iconoclasta, eversiva e perfino sadica ma forse più prossima a Tristan Tzara che a Marinetti. Intanto per motivi tecnici: Palazzeschi non abbandona mai la frase, non destruttura le forme e sceglie piuttosto il paradosso, il nonsense, quasi da surrealista ante litteram. Basti pensare a “I fiori”, in cui il rigenerante contatto con la natura, tanto caro alla poesia d’ogni tempo, dopo una serata mondana stucchevole e corrotta, rivela una realtà di pervertimento erotico-sessuale. O alla stupefacente “Una casina di cristallo” in cui l’antica aspirazione del poeta a una vita di eremitico isolamento alla ricerca della somma ispirazione si sovverte in desiderio di vivere in «[…] una casina di cristallo/ proprio nel mezzo della città/ nel folto dell’abitato» (vv. 36-38). Un “Truman Show” dei primi del Novecento, con tanto di commenti della gente che passa, nello stile dialogico che quasi un marchio nella produzione di Palazzeschi. Quanto detto s’attaglia anche al “romanzo futurista” “Il codice di Perelà”: si ripetono in questo testo le situazioni al limite del surrealismo – il protagonista, Perelà per l’appunto, è un omino di fumo – e le operazioni di disvelamento dell’ipocrisia borghese, mentre il linguaggio si mantiene lontano dal “paroliberismo” e l’uso dialogo e del discorso diretto avvicina la tessitura al testo teatrale. Non va dimenticato ad ogni modo il suo contributo teorico alla letteratura dell’avanguardia furutrista, con il manifesto “Controdolore” , in cui sostiene la tesi per cui «bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui abitualmente si piange, sviluppando la nostra profondità. L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride» e propone di «trasformare gli ospedali in ritrovi divertenti», «i funerali in cortei mascherati», «i manicomi in scuole di perfezionamento per le giovani generazioni». Dopo la guerra, cui Palazzeschi partecipa senza l’entusiasmo di tanta intelligencija nazionale, è il momento anche per il nostro del “rappel a l’ordre” che interesserà buona parte della cultura e dell’arte europea: un riaccostarsi alle forme della tradizione e un allontanamento, fino al rigetto e all’abiura, dalle forme create dalle avanguardie prima del conflitto mondiale. In Palazzeschi questo percorso, date le attitudini stilistiche e formali di cui si è detto, risulta forse più agevole e sfocia nella raccolta “Stampe dell’800”, in cui l’autore riannoda i fili della memoria degli anni della sua infanzia e dipinge scene di vita piccolo-borghese nella Firenze fin de siecle. Due anni dopo, esattamente nel 1934, esce il suo più grande e duraturo successo: “Sorelle Materassi”, anch’esso ambientato nella Toscana dei paesi alle porte di Firenze – Santa Maria di Coverciano, nello specifico – a prima vista un’ulteriore “stampa dell’800” ma solo all’apparenza. Al centro della narrazione due sorelle, Teresa e Caterina, ricamatrici sopraffine cui si affidano le famiglie dell’alta borghesia fiorentina alle prese con il corredo delle figliole prossime ad andare spose. Un lavoro che è stato l’unico movente della loro vita, condotto con costanza leopardianamente “matta e disperatissima”, tale da isolarle dal mondo esterno e non lasciare spazio ai sentimenti e all’amore. Con loro vive anche un’altra sorella, Giselda, tornata a casa dopo il naufragio del suo matrimonio, costantemente immersa in una sorta di risentimento nei confronti della vita, a fare da contraltare alla rassegnata serenità delle altre due e ai bonari sentimenti popolareschi della fantesca Niobe. Dentro questo tetragono universo irrompe la forza dionisiaca del nipote, Remo, giunto a seguito della morte della quarta sorella, prematuramente scomparsa, che viveva vedova ad Ancona. Tanto giovane, bello, vigoroso quanto egoista, scansafatiche e scapestrato, Remo diventa l’idolo di “Zi’ Tè” e “Zi’ Cà”, come familiarmente le chiama, e perfino della domestica, mentre Giselda manterrà sempre un distacco diffidente e sospettoso. Il vitalismo del ragazzo trascina Caterina e Teresa nel gorgo di una vita dispendiosa e al di sopra delle loro possibilità, fino alla rovina finale ma senza mai rinnegare l’amore per il nipote: perché Remo ha suscitato in loro aspirazioni ed emozioni represse che non sanno e non vogliono, non possono forse più essere sepolte. Come accennato sopra, il bozzettismo toscaneggiante è solo fittizio: in realtà “Sorelle Materassi” restituisce al lettore il Palazzeschi anteguerra, quello dell’ “Incendiario”, dei “Poemi”, del “Controdolore”. Remo altro non è se non il tempo nuovo nelle sembianze di un “Übermensch” un po’ cialtrone ma irresistibile, che irrompe nella vecchia quiete con una furia che travolge tutto e tutti e neppure Palazzeschi sa resistergli, e si abbandonando a una scrittura di nuovo energica, sanguigna. Tornano alcuni luoghi della sua poesia – come l’accenno ai versi delle “Beghine” nella descrizione del ridicolo agghindarsi domenicale di Teresa e Caterina – in cui la spregiudicatezza si spinge fino al sadismo dell’osservazione quasi compiaciuta del correre a rotta di collo verso la disgrazia delle due sorelle, sospinte dallo sconsiderato parente. Il testo di Ugo Chiti, anch’egli toscano, si annuncia assai asciutto e, comunque, la propensione “teatralizzante” della scrittura palazzeschiana, come accennato, fa sperare in un bel risultato: la critica ha tra l’altro già premiato questa produzione. D’altronde il romanzo ha avuto già nel 1943 una versione cinematografica, con le due star del teatro Irma ed Emma Gramatica e un giovane Massimo Serato. Da ricordare inoltre lo sceneggiato televisivo del 1972 con Sarah Ferrati, Rina Morelli, Nora Ricci, Ave Ninchi e Giuseppe Pambieri. Dirette da Geppy Gleijeses, nelle parti di Teresa e Caterina si applaudiranno rispettivamente Lucia Poli e Milena Vukotic, due gran donne del palcoscenico. A vestire i panni di Giselda e Niobe, Marilù Prati e Sandra Garuglieri mentre Remo è affidato a Gabriele Anagni. Prima della rappresentazione, alle ore 20.30, lo scrittore Angelo Ferracuti presenterà “Addio. Il romanzo della fine del lavoro”, un volume che racconta la crisi economica e occupazionale del Sulcis Iglesiente dei nostri giorni.

Giovanni Di Pasquale

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