Ai quattro punti della piattaforma sindacale alla base dello sciopero nazionale dell’edilizia in programma il prossimo 18 dicembre - contratto, lavoro, salute e pensioni – in Sardegna i sindacati confederali aggiungono la rivendicazione forte perchè siano sbloccate le opere pubbliche ferme nell’isola. Sono ben 68, di cui alcune con cantieri iniziali risalenti a 30 anni fa. E non è un problema di soldi. Sul fronte ANAS 600 milioni di euro sono i lavori in esecuzione, 300 milioni di euro da appaltare entro il 31 dicembre e 2,1 miliardi di euro da mandare a regime nel prossimo triennio.
La declinazione in sardo della protesta nazionale sindacale, in programma contemporaneamente a Bari, Torino, Napoli, Palermo e Roma, è stata preannunciata dai segretari regionali Marco Foddai (Feneal-Uil), Giovanni Matta (Filca-Cisl) e Chicco Cordeddu ( Fillea-Cgil), che guideranno la manifestazione unitaria in programma a Cagliari con concentramento nel piazzale davanti al palazzo della regione in viale Trento e conclusione in piazza Darsena con il comizio di Antonio Di Franco, segretario nazionale Fillea.
“Gli edili non possono più aspettare” dicono i sindacati: il contratto è fermo da un anno, il salario da quasi otto anni, la previdenza complementare è da rafforzare, l’edilizia è il comparto, dopo l’agricoltura, con più alta percentuale di infortuni. Infine la previdenza: “ Non si può mandare sui ponteggi un lavoratore di 60 anni d’età, quindi porta aperta verso la pensione al lavoratore edile ben prima di 67 anni d’età.”, dicono i tre sindacalisti che questa mattina hanno presentato la piattaforma alla base dello sciopero di lunedì prossimo quando a Cagliari arriveranno delegazioni di edili da tutta l’isola.
“In Sardegna – dice Giovanni Matta – se non si rimette ordine alle tante voci che compongono il sistema, il settore rischia il caos”. Il sindacato contesta anche i dati Istat sull’occupazione. “ Sono fatti a campione. Non entrano nelle situazioni specifiche. Per noi – aggiungono i segretari Foddai, Matta e Cordeddu - c’è grande differenza tra chi lavora 10 giorni e che per sei mesi”. Soprattutto nel settore edile l’emergenza lavoro si fa sentire e non si vedono segni di ripresa. “In dieci anni di crisi – aggiungono i sindacalisti di Fenal, Filca e Fillea – sono stati persi oltre 30.000 posti di lavoro; da 58.000 del 2007 si è passati a 23.000 attuali”. La ricchezza prodotta dal settore, rispetto a quella totale regionale, è passata da 9 punti percentuali a poco meno di 5. Nell’ultimo anno sono scomparse oltre 330 imprese.
Da volano dello sviluppo, che riesce a mettere in movimento non meno di 16 settori economici, l’edilizia rischia di diventare la cenerentola del sistema produttivo isolano. Ogni lavoratore è rimasto in cantiere per 887 ore l’anno, quindi poco più di sei mesi effettivi di lavoro, la media italiana è superiore del 25%. “ Altro dato sconcertante – aggiungono Foddai, Matta e Cordeddu – è l’inquadramento professionale degli edili: la fetta più consistente è rappresentata da operai comuni, circa il 50% del totale; gli operai qualificati 38%; gli specializzati tra il 18 e 22 per cento”. Inquadramenti contrattuali ridimensionati per risparmiare.
“Aprire i cantieri” è lo slogan sardo della manifestazione del 18 dicembre, anche quelli che riguardano il risanamento dei siti inquinati. Solamente la prevenzione del dissesto idrogeologico in Sardegna richiede una dotazione finanziaria di 1 miliardo e 250 milioni di euro: tante risorse, ma anche moltissimo lavoro.