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La Nato non segue Ergogan e spiazza quelli che "Gli Usa hanno inventato l'Isis"

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Nell’immaginario collettivo dell’era di internet, gli Stati Uniti avrebbero inventato l’ISIS, mentre la NATO sarebbe un’organizzazione omogenea guidata da Washington, sempre e comunque avversaria della Russia. Tutti gli altri Paesi occidentali e del Golfo, inclusi Israele e Turchia, si limiterebbero ad eseguirne gli ordini, come se non avessero alcuna mente, né margine di autonomia e né specifici interessi da portare avanti.

Tale ricostruzione di fantasia, che affonda le sue radici in una grossolana visione della geopolitica, a metà strada tra una lettura di Limes e la paccottiglia di bufale che circola nel web, rappresenta la miseria intellettuale degli osservatori contemporanei, ancora abituati ad una logica da guerra fredda, dove il tifo ideologico tra est ed ovest sovrasta la comprensione di una realtà ben più complessa.

L’abbattimento del jet russo da parte della Turchia, membro NATO, ha destato numerose preoccupazioni, comunque lecite, su un eventuale risposta armata di Mosca contro Ankara. Una circostanza che, qualora fosse stato applicato l’art. 5 del Patto Atlantico, avrebbe comportato l’intervento di tutta la NATO contro la Russia, dando luogo ad un escalation militare dagli esiti imprevedibili.

La realtà è stata ben diversa per quattro ordini di fattori: il primo, più dirimente, è che nell’attuale mondo globalizzato non esiste alcun interesse da parte di nessuno, né asiatici e né occidentali, ad intraprendere conflitti bellici su vasta scala. Sia per la crisi economica interna di tali Paesi, che incrinerebbe la fiducia dei mercati (e il business del solo settore degli armamenti non è più una valida giustificazione per guerre globali); sia perché la dimensione tradizionale dei conflitti si esercita su scala regionalista e col prevalente e spesso unico apporto dell’aviazione. Aviazione a sua volta sempre più munita di droni e sistemi teleguidati di attacco (o tramite basi militari dislocate vicino ad aree di crisi, o tramite l’apporto delle Marine di una data coalizione, con mezzi di superficie e di emersione).

Il secondo fattore è che sin dalla presidenza Bush, e in particolare con quella Obama, gli Stati Uniti hanno avviato una politica di parziale disimpegno militare sul terreno, aprendo a nuovi alleati dello scenario mediorientale, con l’intento di occuparsi prevalentemente dello scacchiere asiatico e lasciando ai partner dell’Asia minore un ruolo di sostanziale autonomia. Questo fattore è riscontrabile in ulteriori tre passaggi fondamentali delle vicende mediorientali: 1) dopo l’intervento in Iraq, sotto la presidenza Bush, la componente filo-iraniana sciita ha avuto l’opportunità di guidare il nuovo governo di Baghdad e la sua Magistratura (questa novità alimentò un’ondata di attentati presso mercati e luoghi di culto del Paese, si trattò delle cellule operative su cui nacque l’ISIS); 2) dopo il ritiro del contingente militare USA, avvenuto durante la presidenza Obama, si determinò la progressiva formazione dell’ISIS, che tuttora copre il vuoto di potere lasciato da un governo iracheno a guida sciita. Potenziali finanziatori qatarioti e sauditi, questi ultimi, rispetto al Qatar, non necessariamente legati alla casa regnante, hanno così cercato di contenere l’influenza iraniana sulla regione avvallando la strutturazione dell’ISIS per il controllo delle risorse petrolifere; 3) la debolezza del governo iracheno ha dato luogo ad una sostanziale autonomia della componente curda dell’Iraq, con la prospettiva di arrivare a forme di fattuale ma anche formale indipendenza (ciò avrebbe spinto la Turchia a divenire uno dei maggiori sponsor occulti dell’ISIS).

Il terzo fattore è rappresentato dalla nuova politica statunitense dell’equilibrio, e si è riscontrata in quattro elementi. Il meno importante è che gli USA, loro malgrado, sono stati nuovamente trascinati nell’affare libico a causa del protagonismo anglo-francese. Verosimilmente, il disimpegno americano dal Mediterraneo venne interpretato da Londra e Parigi come ad una fase in cui poter rinnovare antichi propositi d’influenza nell’area. Washington è così simbolicamente intervenuta in supporto ai due alleati UE per conservare un ruolo di primo piano che altrimenti avrebbe passivamente subito. Probabilmente incalzata dai falchi del Pentagono che guardavano a Gheddafi come ad un vecchio ed irrisolto problema, ma anche come ad un necessario intervento inquadrato come deterrente contro “primavere arabe” giudicate troppo fragili per guidare governi nordafricani filo-occidentali (salvo giunte militari, vedere caso egiziano). Il secondo elemento, il più importante, costituisce l’architrave della nuova politica USA dell’equilibrio e dell’apertura in Medio Oriente, si tratta degli accordi sul nucleare iraniano, che segnano un fondamentale punto di svolta nei tradizionali assetti di potere dell’area. Questa linea cessa di considerare esclusivo il rapporto fiduciario degli Stati Uniti con la monarchia saudita ed apre con decisione ai principali concorrenti sciiti degli emiri (un processo innescato grazie al nuovo governo moderato seguito a quello di Ahmadinejad). Lo storico accordo ha provocato forte disappunto nel governo israeliano e con vari gradi di intensità presso tutti gli emirati del Golfo. E’ la principale variazione di politica estera nell’area dell’ultimo mezzo secolo, ed in particolare dopo la rivoluzione khomeinista del 1979. Dopo tali accordi e per tutti i mesi successivi, l’ISIS ha incrementato il numero di “colpi” mediatici e la sua aggressività a carico di tutte le minoranze irachene, aumentando anche il numero di foreign fighters provenienti dall’occidente. Il terzo elemento, uno dei più importanti, è che nelle fasi precedenti gli USA hanno incrementato la propria autonomia energetica rispetto ai sauditi (grazie alla tecnologia del fracking). Per contro, onde difendersi dalla perdita di importazioni petrolifere innescata dal nord America (USA e Canada), in sede OPEC, l’Arabia Saudita ha spinto per un drastico abbassamento del prezzo del greggio (che fino a poco tempo prima, in piena crisi, si attestava sui 100 dollari al barile). Il quarto elemento, anch’esso importante, è che la politica dell’apertura non poteva assolutamente risolversi in ostilità, e tutti i maggiori partner della NATO, alleati con le monarchie del Golfo, e con Israele, hanno scelto di circoscrivere l’influenza iraniana attaccando il principale alleato mediorientale di Teheran: la Siria di Assad. Sono le fasi in cui le opposizioni al regime di Damasco subiscono una forte permeabilità all’ISIS, probabilmente stimolate pure dal supporto di intelligence occidentale, dando luogo al dilagare dello Stato Islamico. In un sol colpo la mossa permette anche alla Turchia di controllare indirettamente tutti i fronti, inclusi i curdi-siriani.

Il quarto fattore riguarda il ritrovato protagonismo russo. La NATO guarda con timore a Putin per vari motivi: uno di questi è la ricostituzione di efficienti forze armate. Un altro è il potenziale politico-energetico espresso da Mosca tramite Gazprom verso tutta Europa, ed in particolare verso il motore industriale dell’UE, la Germania. Un altro è che Putin, non un democratico ma un autocrate dotato di mezzi con cui proiettarsi sulla scena internazionale, benché legittimamente sostenuto da un referendum popolare, ha minato la tradizionale concezione sovranitaria dello Stato sottraendo all’Ucraina la penisola di Crimea. Ciò nonostante, sia la NATO, sia il Cremlino sono ben coscienti che l’attuale forza russa non è comunque in grado di esercitare conflitti su vasta scala. La politica russa si sta così orientando nell’evitare frizioni con i membri occidentali del Patto Atlantico ma consolidando i propri confini strategici, non solo in Crimea dunque ma anche in Siria, dove esiste un importante avamposto russo, che ha inevitabilmente spinto Putin, finché possibile, a sostenere Assad. Pertanto gli aspetti da tenere in considerazione sono due: mentre la Russia ha interesse ad evitare il dilagare del terrorismo islamico dentro i suoi confini (e la storia cecena ne è esemplare); gli USA hanno l’interesse a proseguire la loro politica dell’equilibrio tra potenze sciite e sunnite, sia legittimando i primi ma circoscrivendone il raggio d’azione per non inimicarsi i secondi. In questo quadro, da terzo incomodo, la Russia potrebbe essere presto vista come una risorsa: da un lato perché ha il serio interesse a limitare l’ISIS, dall’altro perché potrebbe contenere l’eccessiva disinvoltura turca (Obama ha negato ogni coinvolgimento NATO a seguito del jet russo abbattuto da Ankara). Nel lessico diplomatico, la scelta esprime la netta posizione della Casa Bianca: la Turchia ha il diritto di difendere i suoi confini (magari spalleggiando pure dei terroristi), ma non può pretendere di coinvolgere gli alleati in un escalation militare contro la Russia, che sta danneggiando la sua strategia di confine.

Dal quadro generale emerge una NATO maggiormente pluralista rispetto all’epoca della guerra fredda, con membri che perseguono linee autonome e non sempre coincidenti tra loro. Ad ennesima riprova – se ancora ce ne fosse bisogno – che nei drammi della geopolitica causati dallo statalismo non esistono buoni o cattivi ma solo interessi su cui i singoli Paesi convergono secondo varie sfumature. Paesi alleati su determinati fronti, avversari su altri, e tiepidi su altri ancora, in un delicato gioco delle parti che solo un capace lavoro diplomatico potrebbe arrestare: magari facendo ingoiare ad Assad il rospo di una futura e pacifica richiesta di dimissioni o di transizione verso un nuovo regime.

In quanto al terrorismo interno all’UE, l’Italia corre rischi ma numericamente inferiori a Francia e Inghilterra, non per particolari meriti del governo, ma perché ha un passato coloniale meno glorioso degli altri due Stati UE, e dunque presenta un tessuto sociale meno composito di minoranze scarsamente integrate nella cittadinanza del Paese.

di Adriano Bomboi - Urn Sardinya on line

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