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Thu, Apr

Can’e stresciu

RACCONTI E POESIE ì
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Quando andavamo in campagna, alle vigne di mio nonno, passavamo a trovare un suo amico.
Si chiamava Pasquale e aveva la passione venatoria.
In azienda teneva i cani che utilizzava per le battute di caccia, sopra tutto per quelle al cinghiale.
Con i cani aveva un personale codice di comportamento che adattava ai singoli animali, classificandoli secondo l’intelligenza e trattandoli a seconda dei meriti che ognuno di essi era riuscito ad acquisire.
Ce n’erano di bravi e di scadenti.
canestresciuParticolarmente scarsi erano valutati quelli che lui definiva “can’e stresciu”.
“Su stresciu” era il recipiente, la stoviglia, che poteva essere un cestino oppure una terrina dove veniva riposto il cibo, avvolto in un tovagliolo lindo, che serviva per il pranzo in campagna. Pasquale non ammetteva deroghe ai giusti comportamenti e, tanto meno, debolezze strane da parte dei suoi cani.
Solitamente lasciava volutamente incustodito il suo pranzo ed i cani, pur essendo liberi di andare e venire, non si azzardavano ad avvicinarsi al fagotto appetitoso, pur annusandone da lontano la bontà.
Un cane serio tirava dritto senza lasciarsi lusingare dal fatto che il cibo apparisse quasi abbandonato.
Come si sa, in mezzo al branco c’è sempre il bastardo che crede di poter fare il furbo impunemente, giusto come capita anche tra gli uomini.
Così talvolta qualche cane spericolato non resisteva alla tentazione e affondava i denti in quel buon pane bianco, trangugiava con quattro morsi la fetta del pecorino e faceva sparire in un lampo la prelibata salsiccia secca confezionata e aromatizzata con i semi d’anice.
Se non si beveva anche la monica era soltanto perché non riusciva a stappare il fiasco.
Del resto era o no l’amico dell’uomo?
In fondo era l’apprezzamento di un buongustaio per un menù rustico ma saporito.
Pasquale, in quei casi, non era dello stesso avviso.
Degradava automaticamente il cane, portandolo al rango di “can’e stresciu”, ovvero di cane da cestini, in poche parole ladro e infingardo e, in quanto tale, inaffidabile e in fin dei conti inutile.
Traditore per di più anche della fiducia di Pasquale.
Il che era grave.
La manifesta inadeguatezza dell’animale aveva una conseguenza nefasta: la sua rapida esecuzione con due colpi di doppietta ben assestati e amen.
L’esempio era salutare per tutti.
Pasquale non era un crudele con gli animali, ma era capace di gestire la sua banda di segugi in maniera esemplare.
Sapeva benissimo che se avesse tollerato un solo sgarro da parte di un cane, tutti gli altri si sarebbero sentiti autorizzati ad emulare il temerario, creando una situazione di anarchia che sarebbe uscita subito fuori dal controllo, compromettendo anche e principalmente i risultati delle battute di caccia grossa.
In battuta bisognava essere seri e stare attenti a far bene il proprio lavoro; non c’era spazio per sentimentalismi.
La competizione tra le varie brigate di caccia era grande e, la domenica sera, quelli che non avevano portato i cinghiali in paese, erano oggetto di pesanti sfottimenti da parte dei cacciatori delle altre compagnie.
I cani avevano dunque un ruolo troppo importante per potersi permettere il lusso di mantenere fra di loro qualche lavativo.
Pasquale li accudiva con attenzione, gli dava da mangiare quanto bastava, essi avevano sempre da bere acqua pulita, ombra e cucce confortevoli.
Le cure veterinarie quando restavano feriti nel corso della caccia
Neppure uno della protezione animali avrebbe avuto nulla da ridire sul loro trattamento.
Oltre tutto quando non era stagione di caccia e, per così dire, nel tempo libero, i cani avevano un’altra occupazione, cioè il servizio di guardia nell’azienda agricola di Pasquale.
Una volta il Dottor Pilleri, un compagno di battute al cinghiale, venne a trovare Pasquale in azienda e si innamorò di un cane particolarmente togo.
Pasquale, quando era di buon umore, metteva due sassi a delimitare una sorta di porta ed il cane si collocava nel mezzo a parare le palle che gli calciava il padrone.
Il suo nome denunciava la sua inclinazione. Si chiamava “Portieri”.
Era agile e scattante come una saetta, veloce e preciso.
Aveva dei riflessi folgoranti e parava con successo i rigori fintati di Pasquale.
Aveva un fisico bello, era un puro bastardo, figlio di un meticcio di dubbia ascendenza e di una segugia con qualche tratto incerto di cane, che, in tempi assai lontani, poteva anche essere stato di razza.
Era insomma un bastardo di quelli veri, possente e sicuro di sé, uno tanto spregiudicato da non aver nessun problema a dichiarare di non possedere alcun albero genealogico blasonato.
Dopo molte insistenze il dottor Pilleri riuscì ad ottenere in regalo il cane di Pasquale.
Pasquale lo cedette all’amico con qualche rimpianto ed avvertì il dottore che non era il caso di prendere il cane per tenerlo in un appartamento, anche perché l’animale era abituato alla disciplina spartana che lui gli riservava e sicuramente non si sarebbe trovato
a suo agio, privo degli spazi nei quali era ambientato.
Il dottore non se ne dette per inteso e si portò Portieri in città.
Passò il tempo.
Dopo qualche mese i due amici si sentirono per telefono; Pasquale chiese notizie del cane ed il dottor Pilleri manifestò la sua preoccupazione a Pasquale perché Portieri non era più lui.
Era svogliato, triste e sopra tutto ..non mangiava!!
Pasquale accolse la drammatica notizia con una certa riserva; quando uno non mangiava lui si insospettiva sempre e diventava diffidente.
In vita sua aveva conosciuto solo gente, a quattro e due zampe, di buon appetito e sempre disponibile a scroccare un buon pasto, magari prendendolo abusivamente da “unu stresciu” incustodito.
I conti non gli tornavano anche perché conosceva l’indole dell’animale, sapeva che, nelle sue note caratteristiche, aveva ben registrata la fame quale fondamentale, vero tratto distintivo dell’essere per l’appunto bastardo.
Dottor Pilleri caricò in macchina Portieri e lo portò in azienda da Pasquale.
Quando il medico arrivò ed aprì la portiera ci fu un attimo di silenzio glaciale.
Dall’auto scese faticosamente qualcosa di strano, molto più simile ad un maiale che a un cane.
Portieri, lui che era stato un atleta, era ingrassato in maniera spaventosa e le sue zampe, una volta possenti, erano diventate due stecchi che sostenevano a fatica il peso del corpo gonfio.
Camminava barcollando, ciondolando la testa con lo sguardo triste e gli occhi a mezz’asta.
Scodinzolò debolmente all’indirizzo di Pasquale guardandolo come se volesse dirgli: “che scherzo del cavolo che mi hai fatto!!!”
Che pena!
Però Pasquale l’aveva detto che il cane non sarebbe stato bene in città.
I due amici parlarono all’ombra, appartati sotto un albero di ulivo, mentre Portieri se ne stava parcheggiato, in attesa degli eventi, annusando col suo nasone asciutto quell’aria di campagna che gli era mancata tanto.
Stava proprio male.
Praticamente cosa era successo?
Il dottore e la moglie ormai anziani, erano soli perché i figli erano andati a vivere per conto loro; si erano talmente affezionati a Portieri che lo trattavano come una persona cara di famiglia.
Di conseguenza Portieri mangiava le stesse cose dei suoi amorevoli padroni.
Bistecche, polpette, polli arrosto e terrine esagerate di maccheroni col sugo affogati nel pecorino, avevano preso il posto della dieta mediterranea che gli passava Pasquale.
Di sport neanche a parlarne; il pallone era diventato uno sbiadito ricordo.
La comoda vita sedentaria aveva fatto il resto.
Ben presto il peso di Portieri era divenuto strabiliante mentre il suo appetito aveva cominciato a calare in maniera preoccupante.
Quello che assillava il dottore non era il peso eccessivo di Portieri, ma la sua inappetenza … eppure gli aveva comprato le cose più buone e gustose.
Portieri si era ridotto peggio di un volgare “can’e stresciu”, lui per di più non doveva neppure rubare per mangiare, tanto si abbuffava a gratis e con la benedizione del dottor Pilleri. Portieri sapeva che, giunto in azienda, il suo destino sarebbe stato ormai segnato, ma sembrava accogliere un qualche sinistro presagio di sciagura con rassegnazione.
Mostrava tuttavia una certa inquietudine.
La sua era una calma finta, lui conosceva perfettamente l’opinione di Pasquale in merito ai cani inutili.
Pasquale quando lo vide ebbe un lampo luciferino negli occhi e, con fare falsamente rassegnato, disse all’amico medico di lasciargli Portieri, che avrebbe provveduto lui a rimettere in sesto il cane.
Una volta guarito Portieri sarebbe stato riportato in città!
Con riluttanza il dottor Pilleri decise di lasciare il cane in azienda, mentre sua moglie, disperata, si asciugava le lacrime col suo fazzolettino ricamato, tirando su col naso e scuotendo la testa come se avesse avuto il morto in casa.
Pasquale aspettò che il millecento verdino sparisse dietro la curva in una nuvola di polvere nella strada che portava al paese.
Si girò verso Portieri che non dava segni di reazione, accese il suo mezzo toscano, lo guardò con un sorriso beffardo e, col suo solito modo brusco che non ammetteva resistenza, fece alzare il cane conducendolo lentamente sotto l’ulivo.
Il cacciatore si allontanò verso la casa e ritornò poco dopo con una lunga catena.
Legò il collare d’acciaio al collo di Portieri e la catena al tronco dell’ulivo.
Sistemò un mezzo scaldabagno aggiustato alla funzione di abbeveratoio per gli animali, riempiendolo di quella buona acqua fresca del pozzo che una volta piaceva tanto a Portieri.
Chiamò la gente che lavorava in azienda, dando ordine tassativo che nessuno si azzardasse a dar da mangiare alcunché al cane.
Solo lui avrebbe provveduto a sostentarlo.
La terapia intensiva di Pasquale durò ventotto giorni, durante i quali Portieri si nutri’ soltanto delle bucce di patate che Pasquale gli lanciava, delle olive che cadevano dall’albero e dalla corteccia dell’ulivo che appariva, da lontano, spellato lungo tutta la circonferenza del tronco fin dove l’animale riusciva a giungere in altezza, mordendo.
L’acqua però non gli mancò mai.
La sana dieta mediterranea ebbe il suo benefico effetto; Portieri riacquistò una linea smagliante, ritrovò interesse per la vita, riprese
ad avere appetito e rincominciò a giocare a tiri in porta con Pasquale.
Il dottor Pilleri tornò in azienda per verificare i progressi di Portieri.
Quando lo vide restò felicemente sorpreso dello stato fisico dell’animale e chiese a Pasquale se a Portieri fosse tornato l’appetito.
” A voglia!” disse Pasquale e, così dicendo, strappò una grossa testa d’aglio da una treccia che pendeva sotto il porticato e la lanciò a Portieri, il quale spiccò un salto dei suoi, acchiappò al volo il boccone masticandolo e deglutendolo fulmineamente, come fosse stata la più dolce delle leccornie, senza fare una grinza.
Dottor Pilleri restò estasiato a contemplare il suo caro Portieri ormai guarito.
“Me lo riporto a casa” - disse.
Pasquale questa volta tenne duro e non mollò il cane, accampando la scusa che la cura non fosse ancora finita.
Dottor Pilleri tornò mestamente solo nel suo appartamento in città e il cane rimase in azienda.
Quello di Portieri, in fondo, era stato un percorso di redenzione: da “can’e stresciu” era ritornato il bastardo di un tempo, fremente per entrare in battuta, per cercare col naso, finalmente diventato ben umido, l’odore dell’agognato cinghiale.
Questa volta Pasquale non aveva archiviato la pratica con due colpi di doppietta, ma si era dedicato a tirarlo fuori dai guai, in cui lui l’aveva cacciato, senza mai però dimostrargli apertamente troppo affetto.
Il cane, da parte sua, fece sempre finta di non essere troppo entusiasta d’essere tornato con Pasquale.
In fondo erano fatti cosi; erano amici.
O no?
E poi ………. Portieri mica aveva mai rubato “su stresciu” con il pranzo del padrone!
Portieri rimase per sempre con Pasquale e non tornò mai più in città.

Gianfranco Pischedda

La vignetta è opera di Gianfranco Pischedda