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16
Thu, Apr

Anno Domini 1950.

RACCONTI E POESIE ì
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Piccolo paese della Sardegna. L'illuminazione elettrica in alcuni centri montani era ancora assente e tutto quanto con l'oscurità, diventava misterioso e assumeva le sembianze dei timori inespressi dei malcapitati che attraversavano le vie. Nel punto più alto del piccolo centro, venne eretta la chiesa, ben visibile da ogni punto finanche dalle campagne. Poco sotto la chiesa, il cimitero. Un intrico di croci ferrose che spuntavano dal terreno come arbusti. Per gli abitanti e le abitanti di quel modesto gruppuscolo di case, le attività, specie nei freddi e umidi inverni, si concludevano molto presto e tutti si stava nella grande cucina, accanto al focolare. Lì davanti, almeno tre generazioni. Occasione di scambio di informazioni, saperi e "contus". Il giovane Raimondo, dal focolaio, apprese molte storie, specie quelle più piccanti e quelle "po fai a timi" (per far paura). Jaja Pepina (nonna Pepina) era considerata da tutti come, la guaritrice, la levatrice e "s'atitaddora" (la piangente ai funerali), tale nonna, soleva raccontare certe storie che a Raimondo toglievano il sonno e "annus de vida" (anni di vita), tanto mettevano paura. Tuttavia, i suoi racconti ammaliavano. Una sera che sembra sciogliesse l'intera casa fatta di mattoni di fango, tanta era la pioggia che veniva giù, Jaja Pepina cominciò il suo racconto con il solito "immou si contu nu contixeddu" (ora vi narro un raccontino).
Una mattina di giugno, prestissimo, andai a lavare i panni al fiume. La mia pietra, come sapete tutti, è quella più vicina al cancello del camposanto. Due giorni prima, Grissanta "faci manna", moglie di Gavineddu "fill'e gatu", cominciò il travaglio. Quando mi chiamarono, mi accorsi che le cose non sarebbero andate per il meglio. Grissanta era stremata, il bambino era podalico e non si riusciva a girarlo per tirarlo fuori. Allora era necessario decidere chi dei due salvare e, sempre, si sceglie la madre perché serve in casa e poi, "si deus essi bofiu, un atru fillu, podera nasci" (se dio avesse voluto, sarebbe venuto un altro figlio). Com'è, come non è, purtroppo Grissanta morì. Troppo sangue perso. Salvai però il bambino. Andando via da quella casa col cuore gonfio e carico di pena, ripensai allo sguardo di Grissanta e al muto rimprovero che mi faceva.fantasma Le donne che muoiono di parto, devono espiare la colpa di aver abbandonato la creatura al mondo di penitenza e, per sette lunghi anni, vagano nei fiumi a lavare i panni dei loro figli. Sono dette Panas.
Quella mattina andando al fiume, non pensavo a Grissanta. Catino in zinco sulla testa coi panni da lavare e il pensiero di dover preparare il pane al ritorno. Passando davanti alla chiesa, mi segnai e così feci davanti al cimitero. C'era la terra smossa e una nuova croce. Mi fermai per un requiem. Andai oltre superando il camposanto ma, con la coda dell'occhio, notai un balluginio sopra il cumulo di terra scuro. Non mi lasciai suggestionare e continuai per la mia strada. Misi in acqua i panni, sollevai le gonne e entrai nell'acqua gelida del fiume. Una leggera bruma cominciò a sollevarsi dall'acqua. Dell'altra arrivava dal cimitero e piano si compose in sembianza umana. Davanti a me avevo Grissanta "faci manna". Eterea e leggera come non era mai stata in vita. Il suo viso era agghiacciante. Dolore, rabbia e sofferenza in un solo volto. Si chinò e rapidamente prese uno dei miei panni intrisi d'acqua e, con tutta la forza che poteva, me lo scagliò in pieno viso, rovinandomi nel fiume. Battei la testa e persi conoscenza. Qualche attimo e mi ripresi. Tutto era calmo e tranquillo. La giornata si presagiva splendida e io mi alzai, ripresi il controllo di me e delle mie emozioni e feci come non fosse successo nulla. Grissanta, da panas, ha voluto punirmi per non essere riuscita nel mio "lavoro" e io ho accettato la sua contrarietà. Tutte le volte che passo davanti al camposanto, dedico le mie preghiere di donna e madre a colei che non ha potuto conoscere la bellezza della grande famiglia.
Questo il racconto di Jaja. Raimondo lo ricordava per il terrore che sempre aveva suscitato in lui.
Quella sera buia e piovosa del 1950, gli venne fatto di ripensarci. Saliva nel lungo viale, fiancheggiando il fiume. Svoltando sulla destra, sempre alla stessa mano, avrebbe trovato il cimitero che offriva un piccolo riparo dalla fitta pioggia. Si affrettò, non senza ansie. Nella piccola copertura, si rannicchiò in maniera da esporre il meno di sé all'acqua e agli spiriti che sapeva presenti in quel antico luogo.
Abituandosi all'oscurità, gli sembrò che, dalla parte del cancello opposta alla sua, ci fosse una sagoma. Decise di smettere coi pensieri suggestionati e si accinse a frugare nelle tasche alla ricerca di una sigaretta e un cerino. Trovatili, mettendo la mano a coppa per proteggere la fiammella, la sagoma informe di fianco a lui chiese: mi fai fare un tiro?

Claudia Serra (foto web)