Nel piccolo paese di Nonsciudeprus, c’è grande fermento. Già dal primo pomeriggio del giorno prima del grande comizio, i nonsciudeprudesus, controllano l’abito buono e lucidano is botinus. Il paese si appresta al rinnovo dell’amministrazione comunale e, per i comizi finali saranno tutti e tutte presenti. Sostenitori e disturbatori mescolati fra loro, una parte per volta. I contendenti si alterneranno nella stessa piazza. Una ce n’è di piazza, quella della chiesa. Il sindaco uscente, è stato il primo incaricato e, secondo la mamma di Lelledda Scrafeddu, è un uomo vanaglorioso e senza nessun carisma. In realtà è stato suo spasimante e lei, per farsi desiderare ha allungato troppo il brodo tanto che Urbano Pontzoriga, stremato dalla lunga corte, chiese in moglie Teresedda Matzabruta. Remendina Culistrintu questo lo considerò il peggior affronto possibile, più della capitolazione stessa, nessuno poteva fare uno sgarro simile senza rimetterci saluto e stima, a vita. Inoltre Teresedda aveva fama d’essere donna infida e cundipingiadas. Nel segreto dell’urna Remendina però, aveva sempre votato per Urbano. Questa sarebbe stata la terza volta di fila. Lelledda, figlia di Remendina ed Elia Scrafeddu, non era bella come la mamma. Somigliava al padre e come lui era buona e senza pretese. Non capiva il fermento suscitato dalle elezioni, sembrava quasi di essere nella settimana di Natale non fosse che allo scambio di doni, si preferivano gli insulti. Quel pomeriggio aveva scelto di andare a studiare sotto il mandorlo, non offriva ombra ma era abbastanza lontano dall’ansia dell’attesa che quelle sciagure dei genitori le trasmettevano. Sarebbe stata la sua prima volta al voto e, madre e padre, la indottrinavano come avevano fatto sempre durante la giovane sua vita e avrebbero continuato a fare, data la sua remissività apparente. Lelledda aveva le sue idee e un progetto distinto da quello che “loro” avevano cucito per lei e tuttavia era consapevole che non sarebbe stato facile portarlo avanti.
La lettura, i pensieri e il torpore la trasportarono lontano a fantasticare.
- Lella, curri… bai a pratza ‘e cresia. Piga sa mariga de s’acua, po non fai a cumprendi ca ses andendi a spricuetai e castia cument funt cuncordendi po cras. Averti si doi anti postu cariras. Ge m’at a secai a mi da portai de domu.
Pristus… curri! Piga sa mariga e no ti firmis cun nemus ca bollu sciri totu impressi.
Malvolentieri Lelledda lasciò il suo rifigio. Pensò che avrebbe dovuto ribellarsi a quelle imposizioni. Era ormai grande e l’età de “sa piciochedda de is comessionis” era già passata da tempo. Nondimeno, una certa dose di curiosità la provava anche lei e presa la brocca, si avviò. Nonsciudeprus non era grande, solo che la famiglia Scrafeddu viveva “nelle ultime case” e la strada per il centro era tutta in salita. La calura era insopportabile a quell’ora del pomeriggio, il ronzio degli insetti e il frusciare delle foglie distraevano la ragazza. Entrata in su boddeu, si accorse di un insolito movimento data l’ora pomeridiana e l’abitudine per la siesta degli abitanti.
Lelledda sorrise alle numerose brocche che percorrevano la strada con lei. Si sa che l’isola, in particolari momenti dell’anno soffre per la siccità e, l’approvvigionamento dell’acqua è uno dei compiti principali, tuttavia quel momento dell’anno e quel anno in particolare, non giustificavano quel andirivieni di cocci ricolmi.
La fonte si trovava oltre la piazza della chiesa. Le ragazze con la brocca vuota poggiata su di un fianco e sull’altro, mano a marighedda; le ragazze con la brocca piena sorreggevano il peso sul capo e traspariva tutta la loro bellezza di giunchi eleganti. In tutte loro, era chiaro il compito.
Nella piazza, una attività frenetica. Sul palchetto allestito per i comizi delle donne divise in due gruppi o fazioni ed era chiara la disputa. Le decorazioni di “carta di seta”, uguali ma coi colori diversi e rispettivi alle due liste, venivano posizionate e tolte alternativamente tra ingiurie e parole poco decorose per donne timorate di dio. Un piccolo pubblico di uomini, seduto nelle sedioline poste di fronte alle quattro tavole da muratore che fungevano da palco, incitavano ridancianamente le donne. Pacche tra loro, manate alle ginocchia e baschetti lanciati in aria, indicavano uno spettacolo di grande gradimento. Tutto quel fermento alla giovane Scrafeddu ricordava la festa del patrono “Santu Minconi Marturu” e quando le stesse donne in disputa, spazzavano la piazza e adornavano di fiori finti e festoni per “sa prucessioni manna” recitando serie innumerevoli di rosari. Oltrepassò la piazza e proseguì nel dolce declivio che portava alla fonte. Una lunga fila di marigheddas attendeva di esser riempita…
Claudia Serra