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08
Thu, Dec

Iglesias. Nel passato della città una fiorente economia agricola. La ricchezza della terra, prima delle industrie

S.I. Oggi
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È probabile che le nuove generazioni immaginino l’economia iglesiente basata, sin dalle origini, solo e soltanto sull’attività estrattiva ma, in realtà, nella cittadina sulcitana ha rivestito un ruolo importante, prima dell’industrializzazione e pure durante, il settore agro-zootecnico. Sino ai primi del ‘900 questo rivestiva un ruolo importante perché presentava un buono stato produttivo, la popolazione si presentava aperta e dinamica, nonostante alcune sacche di povertà che però non sfioravano mai l’accattonaggio. Dunque Iglesias, oltre ad essere caratterizzata da uffici e banche, era importante anche per la presenza di mulini, pastifici, oleifici, concerie, cantine: questo quadro è in contrasto con la mentalità di molti che, volutamente o meno, sono inconsapevoli dell’egregio passato dei propri antenati che sapevano conciliare l’attività mineraria con l’opera agro-pastorale e, grazie a questo, l’economia locale era decisamente più forte. Grazia Serra Sanna, nel suo romanzo “I sudditi del dio rosso” fa emergere una grossa parte dell’antica economia iglesiente mettendo in risalto le caratteristiche delle abitazioni delle persone addette all’attività agro-pastorale, cioè delle dimore dei cosiddetti “messajus”. È sufficiente far riferimento agli episodi che testimoniano come i quartesi, i selargini e gli abitanti di altri paesi venissero ad Iglesias per approvvigionarsi di mandorle e di altra frutta secca in genere per la loro attività dolciaria. Rivestivano un ruolo importante anche gli oleifici tenendo presente che, nelle buone annate, restavano aperti da ottobre ad aprile. Per citare qualche nome, sono da ricordare gli oleifici delle famiglie Orrù, Possis e Medda. Il quadro che si presenta attualmente, agli occhi dei cittadini e dei visitatori, è ben diverso da quello di cinquanta anni fa in quanto molti sono i terreni abbandonati che potrebbero essere rivalutati esortando le nuove generazioni ad adoperarsi in questo ma c’è da aggiungere che una delle più grandi disgrazie per l’economia agro-pastorale iglesiente non è stato tanto il fatto che non ci fosse l’inclinazione a coltivare la terra ma la decisione di usare i migliori terreni agricoli per un irrazionale sviluppo urbanistico della città: molti sono stati, infatti, gli espropri di coltivazioni di vigneti, uliveti e frutteti in genere per estendere la città verso le zone di Villamassargia e Domusnovas. Oggi la tecnica e i nuovi metodi potrebbero favorire la ripresa di questa importante attività: sarebbe interessante, tra l’altro, non solo dedicarsi di nuovo a coltivare la terra per consumare i propri frutti senza doverli importare ma anche rivalutare un tipo di allevamento prezioso ormai in disuso nella zona e cioè quello del bue rosso: un ricco patrimonio che, per citare qualche nome, l’antica famiglia Pretta-Cordedda, ne ha fatto tradizione per decenni. Qualche mandria è presente ancora nei pressi della frazione di San Benedetto, ai piedi di Marganai: carne rossa genuina, sicura da portare in tavola senza dubbi e perplessità. Consumando i prodotti nostrani favoriremmo di più la nostra salute e non solo.

Mariangela Muntoni

Sulcis Iglesiente Oggi