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Don Gabriele Pagani. Un parroco nella storia di Carloforte. In una grande anima tutto è grande

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Quando fu, il 4 novembre del 1923, nominato parroco di Carloforte scrisse “Spenderò la mia vita, tutta la mia vita per il bene di Carloforte”. Don Gabriele Pagani espresse lo stesso concetto al generale Costa Commissario Prefettizio di Carloforte l’8 dicembre dello stesso anno, quando prese possesso della Parrocchia di San Carlo Borromeo. Il sacerdote bergamasco osservò ininterrottamente per 17 anni, fino a quando non lo colse una morte prematura, questa sua asserzione alla stregua di un comandamento. Don Gabriele Pagani, facondo oratore, brillante giornalista e instancabile organizzatore, fu però soprattutto un gran bravo sacerdote e un grande, grandissimo parroco. Lo fu per le linee tracciate del suo apostolato fermo e innovativo che sono ancora attuali e fruttuose. Fu Don Gabriele ad istituire la messa dei fanciulli e a tradurre per loro le preghiere, dal latino in italiano, che si recitavano durante la messa, tutte riportate nel libretto “domenicale” Lodiamo il Signore, e fu ancora lui a far maritare con rito religioso tante coppie che si erano unite civilmente prima del suo arrivo (l’isola rossa veniva chiamata a quei tempi Carloforte). Ma forse l’iniziativa religiosa più bella e più grande e che più di ogni altra lo richiama alla memoria è quello di avere rivitalizzato il culto della Madonna dello Schiavo: fu lui a dare il nome alla madonnina nera, a fissare la data della sua festa, il 15 novembre (anniversario del ritrovamento) e a scrivere quella bellissima orazione che viene recitata ogni giorno alla fine di ogni messa e per la quale il Vescovo di Iglesias, Mons. Giovanni Pirastru, concesse nel 1935 un’indulgenza di 50 giorni. La sua opera pastorale, al di là di queste pur mirabili iniziative, fu davvero intensa e continua. Come ugualmente decise e incessanti furono le iniziative in campo sociale del grande parroco. Per prima cosa, appena giunto a Carloforte considerato che la cittadina era priva di scuole superiori istituisce un ginnasio privato che sarà riconosciuto e autorizzato solamente nel 1934, ma dal quale usciranno tantissimi diplomati. Nel 1930 organizza i pescatori ad istituire una cooperativa con la finalità di migliorare lo sfruttamento del pescato. Sul mondo del lavoro isolano don Pagani interviene ancora nel 1935, quando si paventa il pericolo che il minerale estratto dai giacimenti della Pertusola venga trasportato per terra verso Cagliari, anziché convogliarlo nel porto di Carloforte, come allora accadeva. È una battaglia che il sacerdote affronta con la solita lena e il solito puntiglio verso le autorità e i responsabili delle compagnie minerarie e che riesce a vincere, facendo felici tanti carlofortini. E altrettanti gli saranno grati quando, di lì a poco, riuscirà a far includere in scaglioni diversi di lavoratori del mare per la Somalia una sessantina di suoi parrocchiani. In tempi di magra non era poca cosa. Don Pagani sacerdote e sindacalista. Alcuni documenti, tra i quali diverse lettere, per lo più inediti, ritrovati recentemente dall’Associazione Culturale saphyrina, che intende dedicare degli incontri e delle manifestazioni alla sua figura, rivelano con quanta costanza egli perseguiva i suoi fini anche se non erano, come dire, di somma importanza. L’episodio che è saltato fuori dall’analisi di questa documentazione è curioso e rivela in parte il suo forte carattere e merita di essere brevemente raccontato.
Tutto inizia molto indietro. Nel 1790 l’amministrazione d’allora realizza un’opera importante per l’approvvigionamento idrico dei carlofortini: il Cisternone. Ma per concludere i lavori ha bisogno di un prestito che riesce ad ottenere da un facoltoso isolano, il Conte Giuseppe Rapallo, dietro l’accensione di una ipoteca sullo stabile e ad un censo del 6%. Morto il Conte Rapallo, il censo passò per successione alla moglie Donna Annica Porcile, la quale a sua volta nel suo testamento disponeva di legare tale somma, che fruttava un censo annuo di 216 lire, a favore della Causa Pia appartenente alla Parrocchia di San Carlo Borromeo. Da parte sua l’amministrazione parrocchiale aveva l’obbligo di impegnare parte del censo versato dal Comune nella celebrazione di una determinata quantità di messe in suffragio dell’anima della testamentaria. Ma il Comune non fu quasi mai puntuale e sollecito nei pagamenti. Nel 1910 il viceparroco Carmelo Cadeddu si rivolse addirittura al Pretore di Carloforte per esigere i censi arretrati, ed il Comune fu condannato al loro pagamento compreso gli interessi. Trascorsi però un paio d’anni dalla sentenza, il Comune si “dimenticò” nuovamente di pagare il censo. La questione fu presa in mano dall’allora parroco Don Gabriele Pagani nel 1925 che la concluse definitivamente cinque anni dopo e dopo tante proposte (come quella di fare dei versamenti a favore dell’asilo San Vincenzo, altra opera dove il sacerdote lasciò il segno) e dopo tante lettere indirizzate al Podestà e al Prefetto. Da notare che come risulta dalla documentazione acquisita che contemporaneamente chiedeva finanziamenti per la casa canonica che lui al suo arrivo aveva fatto costruire ex novo.
Don Gabriele Pagani fu sicuramente la figura di maggior spicco di quel periodo e altrettanto sicuramente una delle più rilevanti dell’intera storia carlofortina.
Morì per un mare incurabile all’età di 61 anni, il 2 settembre del 1940. Le sue spoglie nel trentesimo anniversario della sua morte hanno trovato riposo nella “sua” chiesa, nella cosiddetta cappella delle anime. Qualcuno ha scritto tanto tempo fa, in una grande anima tutto è grande.

Nicolo Capriata

Sulcis Iglesiente Oggi