Quando parto per un viaggio solitamente arrivo con largo anticipo all’aeroporto o nel porto. Il tempo scorre veloce mentre guardo gli altri passeggeri e cerco di cogliere nei loro volti e nelle loro parole qualche brandello delle loro storie. Oggi invece anche io rimango chiuso nella mia auto e trascorro il tempo a leggere ‘Il guaritore di maiali’, un interessante thriller storico ambientato nel 1589. Soltanto quando la prua gialla del traghetto appare all’orizzonte, qualcuno si sistema la mascherina e si avvicina alla banchina. Col Covid tutto è diverso e insolito, come lo è il fatto che il 4 di agosto la nave arrivi da Tolone con tre ore di ritardo a causa del mare mosso. Quando finalmente attracca, sbarcano più di 600 auto e camper con a bordo 2000 francesi che sciameranno nelle spiagge di quell’isola che hanno sognato nei lunghi mesi di lockdown. Io sono uno dei pochissimi Sardi che si imbarcano su quel traghetto, gli altri, uomini, donne e bambini, hanno il viso abbronzato e radioso che ha solo chi ha appena trascorso due settimane al mare in Sardegna. Io ero abbronzato anche a febbraio e generalmente l’espressione sorridente ce l’ho tutto l’anno. Ma io abito in Sardegna! E loro in Francia.
Eppure noi Sardi e i Francesi-Provenzali, ‘ci frequentiamo’ da circa diecimila anni, da quando gli Shardana con le loro agili imbarcazioni trasportavano in Provenza l'oro nero del Monte Arci: l'ossidiana, il vetro vulcanico da cui si ricavavano lame taglienti per armi micidiali, ma anche preziosi gioielli. Quella sarda era la migliore e la più richiesta, e i minatori, che la estraevano e la lavoravano nei villaggi tra Morgongiori, Pau e Masullas, e i mercanti shardana contribuivano a rendere meno difficile la vita dei trogloditi che abitavano nella Provenza di allora.
Non pensiate che quanto vi racconto sia frutto del mio smisurato amore per la Storia del Popolo Sardo o della mia fantasia bislacca. Ne ho parlato a ragion veduta nel mio libro ‘L’isola dalle vene d’argento’, perché è stato provato che l'80 per cento dell'ossidiana trovata in Provenza arrivava dal Monte Arci. C’è però un altro fatto che conferma i rapporti commerciali di alcuni millenni fa tra Sardi-Shardana e i Trogloditi della Francia meridionale: le analisi e gli studi effettuati su alcuni campioni di Dna da un’equipe di studiosi internazionali ha dimostrato che nel sangue di una parte dei sardi scorrono ancora antichi geni degli antichissimi abitanti della Provenza.
Il risultato dello studio è stato pubblicato dal 'The american journal of human genetics", la più importante rivista scientifica nel campo della genetica delle popolazioni umane.
Si tratta di una scoperta che manda definitivamente in soffitta la ricostruzione dei vecchi tromboni dell’ archeologia che per decenni hanno raffigurato i Sardi rintanati nelle montagne e timorosi del mare. E invece no. Quando i Sardi iniziarono a costruire i nuraghi che svettavano alti, quasi a sfidare il cielo e non solo la gravità, uomini, donne e bambini della Provenza vivevano in case scavate nella roccia, come queste del Villaggio troglodita di Barry, uno dei più belli e importanti di Francia. Visitando queste abitazioni primitive, il pensiero corre veloce alle domus de Janas, in particolare a quelle di Sant’Adrea Priu a Bonorva. E se fossero stati i trogloditi di Montèe Barry a ispirare la costruzione delle ‘case’ per i morti, scavate nella roccia dai Sardi prenuragici? Sono qui in Francia anche per approfondire l’argomento, convinto come sono che questa mia idea non nasca solo dalla mia volontà di accomunare la mia Sardegna con la Provenza, che reputo una delle regioni più belle d’Europa e che mi ha affascinato con i colori e i profumi della lavanda in fiore, con i balli gitani e con questa ‘parentela stretta’ con la storia di noi Sardi, ma anche perché, forse, nel mio Dna c’è una percentuale di geni comune a quello di coloro che abitavano in quelle case scavate nella roccia.
(Angelo Mascia. 2 - Continua)