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TRADIZIONI: Is Massaias del Sulcis. Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis: Su panniciu de Colori

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“Disponevano di sufficienti risorse e conducevano un dignitoso stile di vita, decisamente al di sopra della soglia di povertà”. Si tratta de “Is Massaias” delle quali nel 1840, offrì un dettagliato resoconto Vittorio Angius (1797 Cagliari – 1862 Torino).
Lo storico, durante i suoi viaggi esplorativi in varie aree del Sulcis riferì che le famiglie de is Massaius vivevano nei furriadorgius, ambienti tutt’altro che miseri, “Sono case comode e ampie per li padroni, per li servi e per ricovero del bestiame”.
Goffredo Casalis (1781 Saluzzo – 1856 Torino) aggiunse: “Generalmente nel Sulci quasi tutte le famiglie de’ furriadorgius vivono comodamente de’ prodotti dell’agraria e pastorizia. Fra esse molte sorgono sopra la mediocrità e alcune possedono molte ricchezze e hanno una numerosissima clientela”. (Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli Stati di S.M […] 1841, Goffredo Casalis, Vittorio Angius, Collezione Harvard University).
Il territorio sulcitano, compresa l’area di Nuxis furono descritti dai due Autori come luoghi feraci e produttivi. “Nugis, qui sono riunite molte famiglie e potrebbesi formare un villaggio. E’ uno dé più belli siti del Sulci, di una grande amenità e d’una meravigliosa fecondità. Vi si ravvisano alcuni indizi della fonderia dé metalli scavati in quel territorio, che n’è ricchissimo”. (Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli Stati di S.M […] 1841, Goffredo Casalis, Vittorio Angius, Collezione Harvard University).
Soffermandosi sul vestiario delle Massaias e delle Nostradas, queste ultime appartenevano alla classe più elevata, Angius pose attenzione non tanto alle fogge e ai colori, simili in realtà, ma alla diversa qualità delle stoffe. 12 00 massaiusLe Massaias usavano infatti tessuti meno raffinati, prevalentemente in panno e in lana sottile, scarlatto, oppure misti, lana e seta, lana e cotone, con cui confezionavano sia su manteu che su gipponi, rispettivamente gonna e giubbetto. Nondimeno a contraddistinguerle dalle altre donne era il copricapo, su panniciu de colori, descritto dall’Autore come un velo di saio bianco o flanella. Quest’ultimo aveva una forma rettangolare ed era piuttosto ampio. Veniva indossato sopra su muncaroi de sposa o muncaroi biancu, che le donne promesse annodavano; mentre i capelli erano raccolti all’interno de sa scofia della quale si è già parlato nelle pubblicazioni precedenti. Su pannicciu de colori era fatto di orbace finissima, orbaci, furèsi, lana di pecora come materia prima autoctona, tessuta appunto in Sardegna da secoli e in quasi tutti i paesi.
Angius, menzionando l’abilità delle mani femminili al telaio rudimentale, citò, oltre alla produzione di lino e tela grezza, l’orbace (Cenni di Sardegna, Angius 1841), precisando che questo tessuto veniva prodotto anche nella provincia del Sud Sardegna. Si tratta di un manufatto idrorepellente, resistente e con ottima capacità di coibentazione termica.
Il procedimento di lavorazione prevedeva l’immersione della lana per alcune ore in acqua riscaldata fino a 50°, con attenzione a non privarla del tutto dei grassi naturali che contribuivano a conferirle una certa impermeabilità, dovuta anche alla speciale fibra della lana stessa. In seguito essa veniva lavata nelle acque dei torrenti per asportarne definitivamente le materie estranee. Dopo essere stata asciugata al sole veniva sfioccata e pettinata con pettine a chiodi. Ciò consentiva di passare alla cernita della lana destinata alla filatura dell'ordito, scegliendo per questo quella più lunga e resistente mentre la rimanente era usata per la trama. I passaggi successivi erano la tessitura che avveniva su telaio orizzontale e la follatura. Quest’ultimo processo, nella modalità più antica, prevedeva il calpestio del tessuto a piedi nudi e serviva a garantirne l’infeltrimento. Da ultimo si procedeva alla tintura, realizzata con erbe tintorie ed essenze vegetali locali. (A. La Marmora, Voyage en Sardeigne de 1819 à 1825, voll. 5, Parigi 1837-1857).
Su panniciu biancu, panno bianco, si presentava nella tonalità caratteristica della lana naturale non colorata ed era indossato dalle giovani non ancora sposate.
Angius riportò che nella condizione di nubilato e con abiti meno eleganti anche le Nostradas potevano indossare su panniciu biancu.
Dopo il matrimonio, le Massaias tingevano su panniciu in azzurro cenere, mettendo così in risalto la nuova posizione acquisita.
L’usanza della colorazione è stata documentata da Enrico Costa a partire dal 1850, lasciando supporre che nel periodo antecedente questo copricapo venisse indossato esclusivamente nella tonalità naturale. “…Queste ultime avevano il mantello di saia bianca, cambiato in colore azzurro da un mezzo secolo a questa parte (1850)” (Enrico Costa, 1841- 1909, Costumi Sardi).
Secondo Vittorio Angius (1840) furono i missionari e religiosi a spingere le donne a coprirsi con questo tessuto sul finire del XVIII sec.
Il saio dei monaci all’epoca era infatti in tessuto di orbace, ritenuto simbolo di povertà e modestia.
Fu indubbiamente il prodotto più comune della tessitura fino all’inizio del 1800, quello più antico e già in uso nel periodo nuragico, diffuso nell’abbigliamento femminile come in quello maschile.
Le Massaias del Sulcis continuarono ad utilizzare su panniciu in orbace anche dopo la rivoluzione del cotone e di nuovi filati industriali, combinando questo antico tessuto con altri di più recente acquisizione.

A cura di Vanessa Garau
Le foto pubblicate sono di proprietà del Gruppo Folk Sant’Elia Nuxis.

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