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Wed, Dec
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Pocos, locos y malunidos... Est ora de dd'acabai!

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Pare che qualche secolo fa i dominatori spagnoli abbiano “sintetizzato” noi sardi in sole tre parole: pocos, locos y malunidos.  Lo scopo di questa riflessione, che vuole essere un augurio per il nuovo anno e soprattutto per il futuro, è di verificare se questo assunto sia valido o meno. Infatti “pocos, locos y malunidos” è purtroppo diventato un mantra che compare spesso sulle bacheche dei social network oppure si ascolta sulla bocca dei sardi, soprattutto dei sulcitani, in ogni discussione che riguarda l'economia della nostra Terra in termini più o meno generali.

Pocos.
È certo che in quella che è la ormai ex provincia più povera d'Italia siamo davvero "pocos". E’ un dato di fatto. Gli ultimi due anni sono andate via circa 2000 mila persone. Un intero paese scomparso. Un paese come Giba o Fluminimaggiore. Spesso chi rimane fa la conta dolorosa degli amici partiti in terre lontane per cercare un'opportunità che la nostra terra per vari motivi non offre.

Locos.
Occorre interpretarlo. In castigliano significa pazzo, in sardo locu significa tonto. Pazzi non credo proprio, locus cioè tonti, potrebbe essere. Ma non troppo. Si è tonti quando non ci si rende conto delle ricchezze naturali e culturali che ci circondano. Tramonti mozzafiato sul mare, i boschi delle montagne, meraviglie archeologiche che ripercorrono tutta la storia dell'umanità: dai resti neolitici, passando per il periodo medievale, si arriva all'età contemporanea con le miniere dismesse. Che dire poi delle eccellenze enogastronomiche in generale? In maniera inesorabile sta crescendo la consapevolezza di queste ricchezze tra i sulcitani. Finalmente stanno cercando di usufruirne con delle iniziative – alcune alquanto rumorose e casuali, altre più silenziose basate su metodo e studio – che mirano a valorizzarle. Anche questo è un dato di fatto. Per cui: locos, non meda.

Malunidos...
NO! Questo è sbagliato! Per rendersi conto che le cose non stanno in questo modo basta guardarsi attorno, osservare con attenzione ciò che accade. Infatti ogni tanto capita di vedere: manifestazioni musicali di livello internazionale che fanno invidia a grandi città;piccoli paesi che si uniscono e organizzano delle feste, religiose o meno, molto partecipate e sentite; manifestazioni folkloristiche consolidate di grande importanza; tanti piccoli eventi che offrono spunti di riflessione su numerose tematiche, dall'agricoltura alla cultura in senso generale. Spesso gli organizzatori sono "semplici" persone per bene e silenziose che preferiscono il lavoro duro e l'impegno per le cose in cui credono al clamore dei media. Ci sono giovani, a volte giovanissimi, che riuniti in associazioni culturali nuove hanno deciso che è arrivato il momento di smettere di lamentarsi e di provare a costruire qualcosa, per il loro paese e per il territorio arricchendolo di nuovi eventi e, in alcuni casi, senza l’ausilio di denaro pubblico. Infine non si può non accennare alla dignità immensa delle centinaia di famiglie e persone sfortunate, che vivono in stato di disagio e a tutte le iniziative di solidarietà che si mettono in campo per alleviarne le pene. Segno tangibile che in Sardegna e nel Sulcis esiste una fortissima rete di protezione sociale basata sui legami familiari e amicali che supera di gran lunga quella statale-pubblica. Se fossimo malunidos è evidente che tutto questo non sarebbe possibile.

Viste queste premesse spetta agli amministratori locali, trasformati in semplici esattori fiscali dal Governo centrale, uscire dalla pur comprensibile logica dell'emergenza e dare una mano d'aiuto tangibile a queste persone cercando di favorire la stesura di progetti, riappropriandosi dello sviluppo così come è scritto nella nostra carta costituzionale. Purtroppo negli anni ci si è abituati alla “illogica” del tutto e subito. Senza dubbio ci vorrà del tempo per uno sviluppo reale e duraturo ma, nulla nasce dal niente. Per quanto riguarda il Sulcis alcuni tra gli attori politici, economici e sociali hanno già compreso che occorre scindere la tutela dell'esistente – le poche fabbriche rimaste nel polo industriale di Portovesme – dallo sviluppo futuro che deve basarsi sulle infrastrutture, sull'agricoltura e su tutte le forme di cultura, componente imprescindibile e che invece, troppo spesso viene dimenticata. Sviluppando questi ambiti, il turismo e perché no, una piccola industria conserviera e l'artigianato, arriveranno di conseguenza.

Spetta ai soggetti elencati sopra, persone che semplicemente si possono definire "di buona volontà " unirsi, elaborare un progetto partecipato, presentarlo e difenderlo in maniera compatta di fronte a "istituzioni" spesso lontane geograficamente e/o mentalmente, che forse rappresentano “interessi altri” estranei al territorio, sottraendone le risorse economiche.
Sicuramente i casi della Barbagia, dell'Ogliastra e della Marmilla, possono essere degli esempi a cui guardare, ovviamente da adattare al contesto sulcitano, ma a dònnia manera...est lòmpia s'ora de dd'acabai de si chesciai e de incumentzai a pentzai a ita nos serbit po andai ainnatis e tocat a ddu fai!

Un augurio. Buon 2016 a tutti i sulcitani.

Punteruolo Rosso!

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