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Il dito nell'occhio di Giovanni di Pasquale: Il voto: Prima che un dovere, un diritto sempre disponibile.

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In tanti, in questi giorni, mi hanno dato, ancorché indirettamente e in particolare su Facebook, del cittadino che non merita questo status in quanto, posto di fronte a un quesito referendario che ritenevo dannoso, ideologico e, infine, strumentale, ho deciso di non andare a votare allo scopo di contribuire al mancato raggiungimento del quorum.
Sui motivi per cui io consideri gli obiettivi che i referendari volevano raggiungere in modo negativo, glisserei, perché ormai la discussione, come dicono all’ombra del Colosseo, sta a zero. Ho trovato buoni argomenti anche fra quelli dei fautori del “sì” e tuttavia quelli dei sostenitori del “no” mi hanno convinto che l’obiettivo dell’abrogazione della norma sottoposta a referendum avrebbe dovuto essere contrastato.
Parliamoci chiaro e smettiamola con la retorica del “diritto ottenuto con il sangue dei nostri nonni”. Se io fossi andato a votare e avessi votato “no” avrei ottenuto solo un risultato: contribuire a fare vincere il “sì”. In definitiva, avrei fatto la sciocchezza di quel marito che, per fare un dispetto alla consorte, proceda ad amputarsi degli attributi virili. Aggiungo che, se tanta gente non è andata ai seggi perché è menefreghista, qualunquista, ignorante e disillusa, mi dispiace assai ma non ci posso fare niente: a me interessava contrastare un obiettivo che, ripeto, ritengo dannoso, ideologico e, in ultima analisi, politicamente strumentale. Cari censori dell’astensionismo, la politica – e il voto è atto eminentemente politico – si fa per ottenere dei risultati e, per ottenere risultati, il primo strumento è sbarrare il passo a chi vuole ottenerne altri, di opposto segno. Ci mancherebbe pure che, in una battaglia politica, uno si mettesse di lato e dicesse all’altro: «Prego, si accomodi, dopo di lei». Ma dove mai si è vista, una cosa del genere, nella storia della civiltà umana? Piuttosto ci si è scannati nel vero senso della parola, leggetevi i drammi storici di Shakespeare se voleste farvi un’idea.
Devo dire che purtroppo, in larga parte, lo stigma (per altro non universale) che accompagna l’astensione dal voto è dovuto all’ambiguo dettato del comma secondo dell’articolo 48 della Costituzione, là dove recita che l’«esercizio» del voto «è dovere civico». Sul significato di queste due parole la discussione è ancora aperta, basta un giretto sul web – parlo di siti di autentica cultura giuridica, non di gente che discetta di argomenti di cui non sa nulla o che, magari, oggi si appende alle due magiche parole di cui sopra mentre qualche anno fa invitò a starsene a casa – per capire che il dibattito non è concluso, soprattutto in tempi di bassa affluenza al voto come gli attuali. Non essendo un giurista, non mi avventurerò in una disquisizione che non ho gli strumenti per affrontare. Dirò tuttavia che, quando la Costituzione fu scritta, gli italiani avevano da poco, dopo la tragedia del fascismo, riacquisito il diritto al voto. Negli anni precedenti la dittatura, per altro, a piccoli passi si era giunti soltanto al suffragio universale maschile. I costituenti si trovarono nella condizione di chi sentiva la necessità di porre l’atto del voto dentro la sfera del “dovere” senza poterne fare un “dovere assoluto”: l’intenzione di spingere i cittadini della Repubblica a partecipare a un’attività, quella politica, cui per vent’anni si erano disabituati – e alla quale le donne non avevano mai potuto partecipare – fece sì che il dovere non potesse definirsi come obbligo ma solo come opzione preferenziale per il completamento dell’identità di cittadino. Sapevano bene, infatti, che obbligare il cittadino al voto è prerogativa dei sistemi totalitari e che contrasta con il concetto di democrazia e libertà. Il voto, infatti, prima che un «dovere civico» è un diritto e un diritto deve essere, sempre e comunque, nella piena disponibilità di chi lo possiede, altrimenti non lo è più. E sarebbero guai grossi se, in futuro, qualcuno pretendesse di invertire la scala dei valori e ci facesse assistere al tetro spettacolo degli elettori che entrano al seggio tra i gendarmi come Pinocchio.

Giovanni Di Pasquale

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