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Carbonia. Fabio Usai (Partito dei Sardi): «Sulle candidature decide il candidato a sindaco: nel centrosinistra non ci sono i patrizi e i plebei»

Politica Locale
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Intervista esclusiva a Fabio Usai (Partito dei Sardi): «Sulle candidature decide il candidato a sindaco: nel centrosinistra non ci sono i patrizi e i plebei» Il verbo “ostentare” non sembra il più adatto a descrivere l’atteggiamento del personaggio politico cittadino del momento. Di fronte al documento firmato dal candidato sindaco del centrosinistra Giuseppe Casti e dai segretari del PD e di SEL, che – senza nominarlo – vorrebbe che fosse escluso dalla lista del Partito dei Sardi per il suo passato nelle file del centrodestra, Fabio Usai non ostenta sicurezza: è certo che ci sarà, nella corsa per la rielezione di Casti. «Non c’è dubbio – spiega – il Partito dei Sardi fa parte della coalizione, costruisce autonomamente la sua lista, non guarda in casa degli altri e non accetta che altri guardino in casa sua. Dovremmo tutti spendere ogni energia per vincere un battaglia difficile. Noi ci battiamo per la massima unità, non per dividere. Per includere, non certo per escludere. Comunque, nel documento è scritto che sarà il candidato a sindaco a decidere e deciderà per il rafforzamento della coalizione, non per indebolirla. Io, in Giuseppe Casti e nella sua lealtà, ho la massima fiducia».

Perché SEL ce l’ha tanto con lei?

Non capisco, è da anni che in consiglio comunale contribuisco ad agevolare l’approvazione di provvedimenti della giunta. Nessuno ha mai avuto niente da ridire, meno che mai quelli che adesso pongono condizioni inaccettabili. Adesso che si avvicinano le elezioni c’è chi si agita e usa strumentalmente il passato altrui per sbarrare la strada a chi rappresenta, probabilmente, un problema per gli assetti consolidati. Il Partito dei Sardi [di cui, al contrario di come riportato in un precedente articolo, non fa più parte l’ex assessore Antonello Dessì, n.d.r.] è una presenza nuova, nella coalizione, forse qualcuno teme di dover ridurre le proprie pretese. Gli spazi, lo sappiamo, si sono ridotti, si passa da 40 consiglieri a 24 e a una giunta con sei assessori e non più otto. Alle elezioni però non ci sono i patrizi e i plebei: ci sono i voti dei cittadini. Tutti corriamo per conquistarceli, nessuno può pensare di azzoppare un alleato per salire sul podio al suo posto. Questo vale per me e per tutti quelli che, come me, hanno partecipato alle ultime comunali in partiti appartenenti al centrodestra, come l’UDC, e adesso si apprestano a sostenere Casti.

Lei è stato il leader locale dei giovani e consigliere comunale di Alleanza Nazionale e, poi, del PdL. Non si offenderà se dico che vederla nel centrosinistra fa una certa impressione.

Non mi offendo. Però mi lasci dire che lo scenario politico è cambiato radicalmente negli ultimi tre anni. Stare fermi significa condannarsi all’impotenza. Il centrodestra a Carbonia non ha mai costruito niente, nessuna prospettiva di conquistare il governo della città, solo divisioni, personalismi. Una condanna perpetua all’opposizione.

Lei ha abbandonato il centrodestra quando il PdL è esploso, in prossimità della sicura sconfitta alle politiche del 2013. Che cosa è successo?

Esatto. Sono stato messo davanti al fatto compiuto quando si decise di sciogliere AN e fondare il PdL: un partito che non ha retto l’urto della crisi del governo Berlusconi ed è finito come sappiamo. Sono stato messo davanti al fatto compiuto pure quando mi è stato detto che il PdL non c’era più, che non c’era neppure AN ma “Fratelli d’Italia” che non aveva e non ha alcuna prospettiva: soprattutto che le prospettive le aveva e la ha solo per alcuni, al vertice, e niente per chi fa le sue battaglie nel territorio. Ho capito che era il momento di assumermi le mie responsabilità di fronte ai tanti che mi avevano votato. È finita lì l’opposizione preconcetta, ideologica ed è iniziato un periodo di riflessione, durante il quale l’atteggiamento di fronte alle proposte della giunta e della maggioranza è stato deciso di volta in volta, anche sulla base della capacità di ascolto rispetto alle idee e ai suggerimenti che venivano da parte mia. Ho votato a favore, talvolta mi sono astenuto, altre volte ho votato contro: non dimentichiamo che la maggioranza ha perso pezzi per strada e il nostro apporto è servito a puntellare i numeri traballanti.

C’è chi ha pensato che la sua sia stata la resa ad un centrosinistra considerato inamovibile. Come dire: siccome vincono sempre loro, tanto vale farne parte.

Io ho fatto tutto alla luce del sole, mentre altri, che si mostrano intransigenti, preferiscono muoversi nell’ombra. Io mi sono mosso nell’ambito istituzionale, in modo trasparente. Poi, certamente, se mi guardo attorno, vedo solo tentativi velleitari. Sono convinto di quello che ho fatto, sia chiaro, ma alternative serie non ce ne sono davvero, anche perché il centrodestra si è squagliato definitivamente.

Che cosa prevede per il Partito dei Sardi, il 5 giugno?

Non faccio previsioni. Penso che possiamo fare un buon risultato. Il Partito del Sardi non è un partito di centrosinistra, anche se fa parte di un quadro politico regionale che a quell’area fa riferimento. Dopo il periodo di riflessione ho trovato nel PdS una formazione politica che rispondeva perfettamente alle mie esigenze attuali e future. Un partito, intanto, estraneo agli schieramenti nazionali, che ha un ideale forte e un obiettivo di medio termine, ma che ne breve si muove in un’ottica estremamente pragmatica. Un partito che superato l’indipendentismo intransigente e ideologico che, in Sardegna non ha mai raccolto altro che un misero consenso, e ha scelto di entrare nelle istituzioni per determinare un cambiamento fatto di punti che potrebbero rappresentare una svolta nella storia dell’autonomia. Basti pensare alla proposta di istituire l’Agenzia Regionale delle Entrate. Al nostro leader Paolo Maninchedda, che è anche assessore regionale ai Lavori Pubblici, ho chiesto di intervenire sul patrimonio cittadino di AREA, che ha bisogno di manutenzione soprattutto nelle periferie. Prossimamente sarà lanciato un piano di intervento per piccoli lotti, che consentirà alle imprese locali di uscire dal cappio del subappalto imposto dalle imprese della penisola che, regolarmente, si aggiudicano gli appalti.

Lei è stato il recordman delle preferenze, nel 2011. Nessuno ha mai preso 600 preferenze, dal 1993 ad oggi. Pensa di poterli traghettare tutti nella sua nuova collocazione?

Non lo so. So che in questi anni sono stato in mezzo alla gente: se ho fatto bene, i consensi arriveranno. Per me è sempre stato così.

Giovanni Di Pasquale

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