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Cinema. "Grazie a te Bud": il dolore di Terence Hill e di tutti noi rimasti senza quel fratellone buono

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“Rip Bud”: sei lettere in tutto che certamente non raccontano il dolore che nascondono ma che ancora una volta, perfino nel mondo ad alto impatto emotivo dei social dove tutto si infiamma in fretta e altrettanto in fretta si spegne, si distinguono per compostezza e pudore.

Sono le parole che Terence Hill ha scelto per ricordare Bud Spencer, l’amico di mille scazzottate e di altrettante avventure cinematografiche e non. Sedici film che hanno consegnato la loro coppia agli annali del cinema e soprattutto ai ricordi più puri di ognuno di noi. Quelli animati da risate genuine, dove ancora bambini o adolescenti, si ride giusto per il gusto di farlo, senza altri fini, e dove ci si ritrova in piedi sulla sedia a tifare per quei due tipi così diversi l’uno dall’altro e così simpatici: uno biondo, bello e furbo, l’altro grande, grosso e buono. Insieme, una potenza di fuoco dove però si usano solo le mani e gli sguardi complici.

“Grazie” è stata l’ultima parola pronunciata da Bud Spencer - E non poteva esserci una parola più in linea con la sua vita, fuori e dentro lo schermo. Quella del gigante buono che rimette a posto i torti subiti dai prepotenti a suon di sganassoni. Senza cattiveria, beninteso. Anzi con un sorriso sornione mentre assesta loro quel pugno diventato un marchio di fabbrica, con la mano a martello capace di incassare la testa tra le spalle e di far scoppiare a ridere tutti noi, piccoletti senza “le phisique du role”, finalmente vendicati da quel fratellone maggiore col nome di una birra e il cognome ispirato a un grande attore di Hollywood (Spencer Tracy). La morte di Bud Spencer, arrivata “serenamente” come ha assicurato il figlio Giuseppe di Carlo Pedersoli (questo il vero nome dell’attore), è uno di quegli eventi che ci tocca tutti. Trasversale all’età, alla condizione sociale e perfino alla fede politica. Uno capace di unire nel dispiacere gente come Matteo Renzi, Maurizio Gasparri e Matteo Salvini. O il mondo della musica di Jovanotti e quello del cinema di Marco Bocci, il mondo del nuoto di Novella Calligaris e quello del calcio di Leonardo Bonucci.

Di lui restano quegli impareggiabili film, da "Lo chiamavano Trinità" ad Altrimenti ci arrabbiamo", di cui in tanti conosciamo le scene a memoria e che non ci stanchiamo di rivedere nell’ennesima replica televisiva, capace sempre di fare ascolti e regalare quel senso di leggerezza che ti viene dal sentirti, ancora per una volta, protetto dal brutto della vita. In quella morbida bambagia che solo l’abbraccio di una madre o lo sganassone ben assestato di Bud sanno ricreare. E di lui restano anche le parole con cui negli anni si è raccontato. Lui, napoletano figlio della guerra, emigrato a Roma e poi in Sud America e seguace per tutta l’esistenza del “futtetinne”, una specie di credo nel quale invitava a farsi scivolare di dosso dispiaceri e ingiustizie. Lui, prima campione di nuoto e poi campione di incassi al cinema, che non ha mai perso l’autoironia nel raccontarsi: “Avevo delle cambiali da pagare. Mi chiesero: sai andare a cavallo, sai parlare l’inglese, ti sei mai fatto crescere la barba? Risposi con tre no. Però mi presero lo stesso perché gli serviva uno col fisico come il mio”. La coppia con Terence Hill nacque per caso ma durò per sempre perché quei due tipi dai nomi americani e lo humour così italiano non litigarono mai: forse unico esempio di coppia baciata dal successo e risparmiata dal tarlo della rivalità. “Sono solo un casinaro napoletano e mi ritengo un dilettante di alto livello” era solito dire, sempre con quel senso della misura che oggi sembra scomparso dal nostro Paese. Ed è prima di tutto a quella umiltà nel raccontarsi, a quel sorriso buono nello schermirsi e a quella voglia di restituire giustizia a noi tutti truffati dalla vta che oggi dobbiamo dire “grazie a te”.

di Cinzia Marongiu - Tiscali.it

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