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Roma. Rodotà: quando i referendum diventano un boomerang

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Il giurista smonta il mito della democrazia referendaria: “L’errore di Cameron è stato usare la consultazione per fini politici, attenti a non ripeterlo anche in Italia” «Questo referendum è stato brandito da Cameron per ragioni interne al suo partito, un uso del tutto strumentale di uno degli istituti giuridicamente più delicati. Ma così facendo il referendum diventa - da strumento di democrazia diretta e partecipazione - lo strumento distorcente di un appello al popolo, peraltro un popolo disinformato. E muore». 


Professor Rodotà, la vicenda del referendum sulla Brexit - e oggi i tre milioni di firme, il premier scozzese Sturgeon che prova a fermare l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, e anche molti laburisti che ricordano che dovrà comunque decidere un voto del Parlamento - ecco, tutto questo logora definitivamente il mito della democrazia referendaria?
«Una situazione analoga a quella attuale si creò in Francia nel 2000, all’epoca del referendum sul trattato costituzionale. Io, da estensore della Carta dei diritti fondamentali, partecipai a quella campagna referendaria francese; ero a favore del sì, consapevole dei limiti di quel testo, e mi trovai dinanzi anche tanti amici socialisti francesi, gente con cui avevo collaborato alla stesura, che mi dicevano “eh no, votiamo no perché Fabius...”, “eh no, votiamo no perché l’idraulico polacco...”. Anche allora, come oggi in Inghilterra, il referendum fu strumentalizzato neanche per interessi nazionali, per interessi di un partito. È il primo punto da capire».

Qual è il secondo?
«Proprio nella carta dei diritti, giugno ’99, ma anche nel Trattato di Lisbona, si scrisse che fondamentale non è solo il “mercato comune”, ma la costruzione di un “popolo comune” europeo. L’Unione avrebbe fallito se fosse rimasta alle procedure economiche, senza creare procedure di legittimazione popolare, cioè senza la politica. Il caso Grecia è stato esemplare. Il principio di solidarietà, che è nel trattato di Lisbona, è stato ridotto all’interesse nazionale; il “popolo comune” non è mai nato».

L’informazione e il sistema dei media non sono stati complici? Il referendum sulla Brexit è stato costellato di bugie scandalose, si è lasciato dire a Johnson che in caso di uscita dall’Ue in Gran Bretagna sarebbero calati d’un colpo i migranti di 350mila unità...
«Il referendum senza vera informazione è una distorsione. I costituenti italiani erano stati più accorti, previdero una lunga fase, dall’inizio della campagna referendaria e il voto, che generalmente va da gennaio a giugno».

Il Labour ora si appella a un voto del Parlamento, ma la strumentalizzazione di cui Cameron è stato campione forse non ha lasciato del tutto indenne Jeremy Corbyn, troppo silenzioso, non trova?
«Corbyn ha pensato che non gli conveniva fare campagna dura per il Remain, perché in qualche modo il Remain avrebbe vinto comunque, sia pure di poco, e lui non si sarebbe alienato i voti dei più scontenti. Ma questo è un altro modo di strumentalizzare il referendum, piegare un istituto delicatissimo a calcoli interni a un partito».

Non pensa che bisogna essere meno ottimisti, a questo punto, sull’idea di democrazia diretta, referendaria? In Italia questa idea è agitata molto soprattutto dalla propaganda M5S.
«Io, tolto quello del 2 giugno, i referendum li ho fatti tutti, e obiettivamente c’è un degrado. Ci sono anche esempi di referendum positivi, che hanno aumentato la partecipazione, penso a quello sull’acqua. Ma un referendum male usato produce un effetto divisivo fortissimo: il rischio qui è creare non uno, ma due popoli europei totalmente separati».

Andiamo verso un referendum italiano in cui penso si scontrino due propagande, quella di Renzi, palese, e quella del M5S, meno denunciata. È possibile, in questo quadro, aspettarsi qualcosa di buono?
«Ormai l’ambiente informativo è molto più sensibile alle suggestioni, e alla propaganda, di quanto non fosse anche nel passato recente. Siamo, direbbe il titolo di un bel libro di Emilio Gentile, in una Democrazia recitativa, in cui è più la recita che l’informazione. In questo quadro il referendum, da forma di democrazia diretta dei cittadini, si trasforma nell’appello al capo e alla folla. Renzi ha commesso l’errore di cavalcare questo quadro, che gli si può ritorcere contro».
Oltre al Capo, infatti, c’è la Folla informe, diceva Canetti.

la Stampa - JACOPO IACOBONI

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